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Sabato 18 Novembre 2017 | 16:46

Bari, Comune sconfitto le suore non pagano l’Ici

Bari, Comune sconfitto le suore non pagano l’Ici
di Francesco Petruzzelli

BARI - Da una parte le Suore Adoratrici del Sangue di Cristo, dall’altra il Comune di Bari. Al centro un accertamento Ici da 134mila euro (con gli interessi salirebbero a 200mila) da far tremare i polsi. Ma le religiose non dovranno versare nemmeno un centesimo. A stabilirlo, la sentenza della Terza Sezione della Commissione Provinciale di Bari che il 20 luglio scorso ha accolto l’ultimo ricorso delle suore che gestiscono tre importanti strutture didattiche della città: il Preziosissimo Sangue di via Scipione l’Africano, il Borea di piazza Garibaldi e il De Mattias di via De Marinis a Carbonara.

Il caso nasce da lontano, quando l’Ufficio Tributi del Comune di Bari effettuando dei controlli incrociati inoltra all’ente religioso tre distinti accertamenti della vecchia imposta Ici, ciascuno da circa 138mila euro, e relativi alle annualità 2007, 2008 e 2009. Tutti portati davanti alla Commissione Tributaria e tutti provvidenzialmente vinti dalle suore nell’arco temporale di sette mesi, da dicembre sino a qualche settimana fa, quando i giudici hanno messo la parola fine esaminando l’ultimo contenzioso rimasto sospeso (l’Ici 2009) e condannando il Comune al pagamento di 8mila euro per le spese processuali e al risarcimento da 30mila euro per lite temeraria. Il caso promette di creare un interessante precedente nella lunga polemica che si trascina sul fronte delle imposte tra Stato e Chiesa.

I giudici baresi hanno infatti stabilito che l’ente religioso, a differenza di quanto sostenuto dal Comune, non esercita attività prettamente commerciale e che quindi gode dell’esenzione prevista dal decreto legislativo 504 del 1992 e ribadita dalla circolare ministeriale del gennaio 2009 che elenca i beni immobili esclusi dal pagamento dell’imposta comunale. In pratica l’attività didattica viene svolta senza fini di lucro ma solo per finalità religiosa e di solidarietà sociale come testimoniato dagli stessi disavanzi di gestione delle tre strutture. In tutti i casi infatti i costi sostenuti sono superiori alle entrate ricevute (cioè le rette pagate dagli alunni) e gli eventuali utili delle suore, così come di altri istituti religiosi, secondo i giudici verrebbero comunque reinvestiti nell’attività didattica e sociale (ad esempio nulla vieta all’istituto di accogliere a titolo gratuito i figli delle famiglie più indigenti).

Ma il Comune le ha provate tutte per vincere il ricorso appellandosi al numero di partita Iva dell’ente per dimostrare la sua natura commerciale, circostanza non ritenuta condivisibile dai giudici dato che un “ente ecclesiastico nella sua qualità di sostituto d’imposta ha bisogno di un codice fiscale che in quanto numerico è lo stesso numero di partita Iva per la presentazione della dichiarazione dei redditi Modello 770 e per l’indicazione sulle fatture dei costi per lo svolgimento dell’attività”. Palazzo di Città ha persino scomodato i trattati europei ricordando che una simile esenzione Ici rientrerebbe negli aiuti di Stato in favore di enti non commerciali, ma in mancanza di un diretto recupero da parte dello Stato, hanno replicato in sintesi i giudici della commissione tributaria di Bari, non può certamente farlo in sostituzione il singolo Comune non avendo potestà legislativa in materia fiscale.

“Siamo molto soddisfatti. Tre giudici togati in tre distinte sezioni ci hanno dato ragione dimostrando che si tratta di un ente no profit” dichiara entusiasta il commercialista Silvestro Monteduro che ha curato i ricorsi delle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo. Ma simili contenziosi con enti religiosi hanno riempito le cronache locali. Ad aprile, sempre il Comune di Bari ha inviato alla Chiesa Russa di corso Benedetto Croce un accertamento sulla tassa dei rifiuti, non versata per cinque anni, di circa 467mila euro.

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