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Lunedì 20 Novembre 2017 | 18:14

«La mamma soldato accudisca il figlio» Consiglio di Stato: sia trasferita a Lecce

«La mamma soldato accudisca il figlio» Consiglio di Stato: sia trasferita a Lecce
di NICOLA PEPE

BARI - Nuovo schiaffo dei giudici amministrativi all'Esercito sui diritti negati alle mamme soldato. Dopo il caso della barese costretta a sostenere sei giudizi per ottenere il trasferimento a Bari per gravi motivi di salute del figlio, una nuova tegola si abbatte sulle Stellette. Al centro di qusto nuovo caso, una leccese sposata con un militare in servizio in Calabria (e poi trasferito in sede più lontana) che tre anni fa ha chiesto l'avvicinamento da Bari a Lecce - dove risiedono i suoi genitori - per poter accudire la primogenita e il secondo figlio in arrivo (nel frattempo è nato) oltre ad assistere il fratello anche lui ammalato.Nonostante il parere favorevole del comandante del suo reparto di appartenenza, lo Stato Maggiore dell'Esercito ha negato il trasferimento con una formula liquidata «stile» dai giudici amministrativi del Tar Lazio cui si è rivolta la soldatessa ottenendo ragione nel dicembre del 2012. Dopo mesi di silenzio, altro ricorso contro l'immobilismo dell'Esercito che, sotto pressione del giudizio, rispondeva ancora una volta no fornendo una spiegazione alla sua decisione. Secondo la tesi della caporale maggiore salentina (difesa dagli avvocati baresi Giuseppe Chiaia Noya e Adriano Garofalo), lo Stato Maggiore dell'Esercito si era disinteressato delle esigenze della giovane donna e, soprattutto, non aveva compreso l’oggetto delle sue istanze. La militare chiedeva si tornare a casa per stare con la sua bambina (e poi con il nuovo nato), visto che per lavorare a Bari doveva partire da casa (provincia di Lecce) alle 5,45 di ogni giorno e farvi ritorno alle 19, il che significava non vedere crescere la sua piccola figlia.

Il giudizio va avanti e nel febbraio dello scorso anno, il Tar lazio torna a bocciare il comportamento dell'Esercito avendo omesso, ancora una volta di esaminare la posizione della soldatessa come madre, senza, peraltro, indicare eventuali esigenze di servizio o organizzative che impedissero il trasferimento a Lecce della ricorrente.

Il ministero proponeva appello al Consiglio di Stato sostenendo che la militare non versasse in situazione grave, poiché la stessa non mirava al ricongiungimento al marito (in servizio in Calabria) ma a vivere vicino alla figlia. Insomma, per farla breve una madre . per crescere i due figli - avrebbe dovuto lasciare la casa di residenza a Lecce per trasferirsi a 300 chilometri di distanza in Calabria, soprattutto dopo che il marito era stato destinato ad altra sede.

Con una sentenza pubblicata alcuni giorni fa, Palazzo Spada ha così rigettato l'appello del ministero della Difesa mettendo la parola «fine» alla querelle e chiarendo la rilevanza costituzionale dei diritti della «mamma soldato» e la possibilità di far prevalere le esigenze di servizio solo se reali ed effettive. Inoltre, lo Stato dovrà pagare (altri) 2mila euro di spese che si sommano a quelli finora pagati negli altri giudizi.

La vicenda della giovane leccese, come già detto, va di pari passo con quella di una giovane barese costretta anche lei a tre anni di guerra a colpo di carta bollata che non ha visto ancora la parola fine: a giorni - l'8 agosto - scade il termine del congelamento del minacciato rientro in sede a Bologna da dove era stata temporaneamente trasferita dopo le sentenze amministrative e il risarcimento. Anche in questo caso si attendono le decisioni «finali» dell'Esercito sulla permanenza a Bari (il ministero ha dichiarato «di aver adottato tutte le misure possibili previste per legge per la tutela e il sostegno della maternità») ma, evidentemente, si teme di creare un effetto domino. Resta il fatto che in questi giorni dovrà decidere («vediamo se l’Esercito vorrà valutare le istanze o ancora impugnare la sentenza» scrivono gli avvocati). Diversamete, ci sarà un’altra causa, verranno spesi altri soldi pubblici e soprattutto sarà negato un diritto. Finora, lo hanno detto i giudici.

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