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Venerdì 24 Novembre 2017 | 19:47

Bridgestone, salari ancora tagliati «Non siamo i cinesi d’Europa»

Bridgestone, salari ancora tagliati «Non siamo i cinesi d’Europa»
di GIANLUIGI DE VITO

Lo pneumatico resta sgonfio. Bridgestone vuole una nuova sforbiciata dei salari.

Nel quartier generale di Confindustria in via Amendola i vertici della multinazionale giapponese hanno incontrato i rappresentanti di tutte le sigle sindacali per indicare gli obiettivi da raggiungere da qui alla fine dell’anno: riduzione del costo del lavoro di 4milioni e 187mila euro e via libera ai licenziamenti nel caso gli esodi incentivati non dovessero raggiungere la quota concordata di 377. I commenti finali dei sindacati di categoria sembrano una sequela di necrologi. «Proposte impossibili», le definisce Pierfrancesco Dini (Cisl). «Impronibili», aggiunge Filippo Caldara (Ugl). «Un buco nell’acqua», marca Giuseppe Altamura (Cgil). Filippo Lupelli (Uil): «Di fatto si persegue la chiusura dello stabilimento».

Che quello di ieri in via Amendola, con l’amministratore delegato di Bridgstone Italia Manufactoring, Roberto Mauro e il responsabile delle Risorse umane, Nicola Raspone , non sarebbe stato un semplice pit stop, lo si sapeva. La scadenza del 31 dicembre è alle porte visto che l’accordo del 30 settembre 2013, con il quale Bridgestone ha cancellato l’aggettivo «irrevocabile» alla parola «chiusura», annunciata il 4 marzo precedente, prevede 377 lavoratori in meno (incentivati a lasciare la fabbrica): all’appello ne mancano 187, visto che sono stati in 190 ad accettare l’esodo incentivato. E 187 non sono mica pochi. Tra le pieghe del macro accordo scaccia-chiusura è stato scritto che il traghettamento anticrisi sarebbe avvenuto attraverso altre due intese che avrebbero dovuto realizzare la riduzione del costo del lavoro. La prima intesa è andata in soffitta con successo. La seconda intesa va definita entro la fine di settembre. Da qui, gli ultimi incontri a Bari, a Roma (al ministero per lo Sviluppo economico) e di nuovo a Bari, ieri. Incontri che hanno evidenziato e allargato la distanza tra le posizioni dei vertici aziendali e quelle dei sindacati. Distanza che ieri è diventata frattura.

Stando al resoconto dei sindacati, Bridgestone è uscita allo scoperto: se i 187 non andranno via con le proprie gambe accettando gli incentivi, dal primo gennaio scatteranno i licenziamenti; subito il taglio del costo del lavoro come da accordo dl 2013. La pillola avvelenata è arrivata quando i vertici aziendali hanno tradotto quanto e come realizzare il taglio del costo del lavoro: 4milioni e 187mila euro. Bridgestone vuole raggiungere l’obiettivo riducendo sia voci regolate dal contratto nazionale, sia voci regolate dal contratto integrativo, sia cancellando gli «elementi aggiuntivi», in pratica le maggiorazioni che alcuni lavoratori hanno ricevuto ad personam contrattando direttamente con l’azienda. Ed è questo, a quanto pare, ad aver scatenato la bufera: non è materia sindacale la parte del salario contrattata a livello individuale. Peraltro, sembra che il taglio degli elementi aggiuntivi ammonti quasi alla metà dei 4milioni e 187mila euro indicati dall’azienda come obiettivo.

Anche il livello numerico della forza lavoro indicato nell’accordo 2013 andrebbe per i sindacati attualizzat: secondo i piani aziendali, nello stabilimento barese dovrebbero rimanere tra i 530 e i 560, contro gli attuali 770, in grado di produrre 3milioni e 500mila pneumatici low cost all’anno, e con un salario inferiore del 30 per cento. «Non possiamo e non vogliamo fare i cinesi d’Europa», sbotta Altamura. Aggiunge: «Ci chiediamo come l’azienda possa pensare di gestire una riduzione del costo del lavoro che per la sua metà non è nelle disponibilità di nessun tavolo sindacale, trattandosi di emolumenti personali dei singoli lavoratori». «Rendendo impossibile la trattativa di fatto persegue la chiusura dello stabilimento», incalza, Lupelli. E Caldara: «Asticella troppo alta. Non si può chiedere un ulteriore sacrificio che significherebbe ritrovarsi in tre anni con una busta paga dimezzata». Dini allarga il ragionamento: «Anche noi vogliamo il rispetto dell’accordo, ma attualizzandolo. Non capiamo perché l’azienda insista nei licenziamenti e non accetti ipotesi di altri ammortizzatori sociali, come la solidarietà, visto fra l’altro, che allo stato attuale per mantenere un livello di produzione inferiore all’accordo stesso, non ce la fa con l’attuale forza lavoro, tanto da essere costretta a richiamare gli operai dalla cassa integrazione e da pagare gli straordinari».

Ma lo sguardo dell’azienda è agli scenari teorici del mercato che ancora non permettono passi falsi né eccessi di capacità produttiva dello stabilimento, dato il calo strutturale della domanda di pneumatici a livello europeo.

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