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Sabato 25 Novembre 2017 | 05:10

Arriva il primo arresto per l’Atr precipitato

Arriva il primo arresto per l’Atr precipitato
di Giovanni Longo

BARI - La giustizia è lenta, ma inesorabile. Lo sa bene il direttore generale della compagnia aerea Tuiniter Moncef Zouari, arrestato nei giorni scorsi a Vienna su mandato d’arresto europeo. Deve scontare una pena inflitta dalla magistratura palermitana e confermata in Cassazione in relazione alla tragedia del volo partito da Bari, diretto a Djerba e caduto al largo di Palermo quasi dieci anni fa.Per oltre due anni, dunque, almeno nei confronti di Zouari, la sentenza è rimasta sulla carta, nonostante le sollecitazioni delle parti civili che più volte avevano chiesto al governo italiano di rendere concreta quella condanna. L’uomo, giunto in Austria per ragioni personali, è stato bloccato al controllo dei passaporti. Dai terminali risultava, infatti, quella sentenza non ancora eseguita. E adesso, a quanto pare, si profila un braccio di ferro tra autorità italiane che chiedono l’estradizione e quelle tunisine che insistono perché il loro connazionale torni in Patria. A decidere sarà l’Austria. Dal profilo meramente giudiziario, la battaglia potrebbe spostarsi presto su quello diplomatico.

Ma facciamo un passo indietro. La Corte di Cassazione nel marzo 2013 ha confermato la sentenza di condanna emessa un anno prima fa dalla Corte d’Appello di Palermo nei confronti di piloti e tecnici dell’Atr 72 della Tuninter, che si spezzò in tre parti ammarando nel golfo di Palermo il 6 agosto 2005. Il disastro costò la vita a 16 persone. Sette gli imputati, tutti tunisini accusati a vario titolo, di disastro colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose gravissime. In appello le pene erano state ridotte dalla Corte, che aveva riconosciuto per gli imputati le attenuanti generiche. Le condanne erano diventate definitive, quindi, per il comandante Chafik Gharby (6 anni e 8 mesi); per il pilota Ali Kebaier, il direttore generale della Tuninter Moncef Zouari e il direttore tecnico Zoueir Chetouane (6 anni di reclusione); per il responsabile del reparto di manutenzione Siala Zouehir, per il meccanico Nebil Chaed e il responsabile della squadra manutenzioni Rhouma Bal Haj (cinque anni e otto mesi).

Secondo l’accusa, i motori del velivolo, partito da Bari e diretto a Djerba, con 34 passeggeri e 5 membri dell’equipaggio, si spensero perché erano a secco e nessuno se ne accorse: sull’aereo erano stati montati indicatori di carburante di un altro modello di Atr. Non solo errore umano, dunque, ma una catena di eventi alcuni attribuibili alla stessa compagnia. L’errore umano sarebbe stato causa dell’ammaraggio. Dall’inchiesta è emerso che il pilota, il tunisino Chafik Gharby, proseguì il volo, dopo essersi accorto che i motori si erano fermati, nonostante avesse il tempo di atterrare a Palermo.

«Abbiamo fatto del nostro meglio perché fosse emessa una condanna estesa a tutta la catena organizzativa ed esecutiva del volo. Ora sta al Governo italiano farla rispettare», è il commento dell’avvocato Ascanio Amenduni che ha assistito due parti civili, Dorra Bouguerra, vedova dello steward di bordo Moez Bouguerra, e della Fondazione 8 ottobre 2001, nata dopo l'incidente aereo dell’aeroporto Milano Linate.

«La condanna anche del direttore generale confermata in Cassazione sta a significare che vi fu un “vizio di compagnia” e non solo un incidentale errore dei piloti. Da parte nostra non c’è alcun accanimento, ma solo il desiderio che la sentenza sia fatta eseguire». Ad assistere le altri parti civili, parenti delle vittime, gli avvocati Nichi Persico e Nico Ghiro.

Dal giorno in cui la sentenza è diventata definitiva, la battaglia delle parti civili si era spostata sul fronte non facile della esecuzione della pena. Gli imputati, tutti tunisini, erano tornati in patria. Qualcuno, pare, era stato anche promosso all’interno della compagnia area. Della questione era stato interessato il ministero della Giustizia, che aveva assicurato che le ricerche erano dei latitanti erano state avviate a livello internazionale, e il Presidente della Repubblica.

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