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Sabato 18 Novembre 2017 | 07:41

Bar e mensa, Asl revoca appalti per oltre 60 milioni

Bar e mensa, Asl revoca appalti per oltre 60 milioni
GIANLUIGI DE VITO
BARI - Il colpo di spugna è datato tre giugno: mercoledì della settimana scorsa. Il direttore generale della Asl Bari, Vito Montanaro, ha revocato il bando di gara per la gestione dei bar e punti ristoro da allestire in 15 strutture sanitarie: base d’asta minima, 848mila euro per otto anni, con possibilità di altri due anni di proroga. Si tratta di una gara indetta dall’ex direttore generale Domenico Colasanto il sette novembre del 2014, esattamente dieci giorni prima di concludere il mandato.

Non capita spesso che un carrozzone così grosso come un’azienda sanitaria faccia marcia indietro in un modo così clamoroso. Sì perché il clamore deriva dal fatto che Montanaro non solo ha revocato un gara da 848mila euro, ma ha annullato d’ufficio altre due maxigare: quella per l’affidamento del servizio di ristorazione ai pazienti ricoverati, per un importo di 37milioni 884mila euro, e quella per l’affidamento del servizio di noleggio, lavaggio e sterilizzazione della biancheria per le macrostrutture Asl (sinteticamente chiamato lavanolo) per un importo di 20milioni di euro. L’appalto ristorazione è stato indetto nel periodo governato da Massimo Mancini (direttore amministrativo dell’era Colasanto, e dal 17 novembre al 31 dicembre 2014 direttore generale facente funzioni), mentre quello per il «lavanolo» risale al 2012.

Montanaro in un giorno ha stoppato appalti per quasi 60milioni di euro, mica noccioline. Come mai? Una follia? Un autogol?I «NEI» La risposta è negli stessi provvedimenti di revoca firmati da Montanaro, per quel che riguarda i bar e la ristorazione: si delibera l’annullamento «per le criticità evidenziate» e per «evitare di incorrere in conteziosi con rischio di soccombenza per la Asl». Per il «lavanolo» la motivazione è un’altra: «prevedere specifiche tecniche e caratteristiche differenti rispetto a quelle previste in gara e più consone all’attuale attuazione organizzativa aziendale».la vergogna Restiamo ai bar, questione spinosa quanto urgente. È delle ultime ore l’ennesima protesta per una situazione che all’ospedale «San Paolo» si trascina da cinque anni.

Proprio alla Gazzetta, Rosanna Tinaglia Sorrentino, ex portavoce del «Comitato Iris donne operate al seno all’ospedale San Paolo», ha denunciato come «dopo il sequestro, avvenuto il 29 luglio del 2010, dei distributori di bevande, per la quinta estate consecutiva né i pazienti ricoverati né i loro parenti né coloro che si recano nel suddetto ospedale per sottoporsi a visite o prelievi del sangue potranno usufruire di tali distributori. Sottolineo che il San Paolo non ha un bar al suo interno ed è situato alla periferia di un quartiere già periferico. La soluzione di dotare i reparti di boccioni d’acqua, adottata dalla Asl nel 2012, non ha risolto il problema in quanto non sempre funzionanti o a diretta conoscenza o disposizione degli utenti».

I boccioni ci sono. Ma sono chiusi nelle medicherie perché quando furono messi a disposizione di tutti furono saccheggiati e addirittura manomessi. Insomma, la via d’uscita è ed era un bar interno. Dopo anni di attesa e rinvii, si arriva alla gara d’appalto indetta da Colasanto che mette mano al servizio bar e punti ristoro in quindici strutture della Asl. Ecco l’elenco: si tratta degli ospedali «Di Venere», «San Paolo», a Bari;, «Perinei» ad Altamura; «Umberto I» a Corato; «Don Tonino Bello» a Molfetta; «Santa Maria degli Angeli» a Putignano; «Fallacara» a Triggiano; «San Giacomo» a Monopoli; «Sarcone» a Terlizzi. Ci sono poi l’edificio polifunzionale «San Michele Monte Laureto» a Putignano, la direzione Asl (ex Cto) di Bari, e gli ex ospedali (ora «presidi territoriali assistenziali») di Conversano, Bitonto, Ruvo e Grumo. Gara unica per 15 «lotti» da attrezzare a bar-punti ristoro. Mica uno scherzo.

Quel che sorprende, spulciando la vecchia delibera di gara d’appalto, poi revocata da Montanaro, non è tanto la durata della concessione. Otto anni più due di proroga, sono, comunque, un periodo più che mai congruo per una società di ristorazione, sia pure le si richieda di fare investimenti strutturali. Sorprende piuttosto l’importo minimo previsto per il canone di concessione. Per il bar all’ospedale «San Paolo» è di 144mila, 1500 euro al mese. Prezzo stracciato. Certo, la gara è un’asta e l’offerta alla fine sarà maggiore, ma le società puntano a fare profitto non a fare beneficenza alla Asl. Il bando, il cui criterio di aggiudicazione previst è quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa, prevede per l’aspetto economico (10 punti su 40 punti) una percentuale di ribasso sul listino prezzi dei prodotti di maggiore consumo. Chiede cioè sacrifici. Difficile immaginare che un imprenditore ne faccia altri sparando il prezzo d’offerta per la concessione. E 1500 euro di canone diventano un’occasione ghiotta se si considera che, agli atti, il numero di utenti giornaliero stimato è di 2000 (per 285 posti letto). Numero approssimato molto per difetto.

Sono altre le «criticità» che hanno indotto Montanaro al colpo di spugna. Alla vecchia gara (annullata) si sono presentate 21 società, sette delle quali escluse. Tra le escluse, c’era anche la «Tp» srl, con sede legale ad Adelfia, che in un ricorso impugnato davanti al Tribunale amministrativo ha eccepito su uno dei requisiti: «aver effettuato servizi specifici (gestione bar) in strutture pubbliche e/o private accreditate nel triennio precedente». Requisito però, scrive Montanaro, «non menzionato nel bando né nel disciplinare, ma soltanto nello schema di domanda di partecipazione. Per la «Tp» e anche per altri gestori di bar insorti (la Gazzetta ne ha parlato ampiamente) quel requisito di fatto restringe la concorrenza. Come dire: avvantaggia pochi, escude molti.La discrasia L’altro punto critico riguarda quella che Montanaro chiama «discrasia» presente nel «disciplinare»: in una parte del bando si dice che «i concorrenti possono partecipare a tutti i lotti (divisi in tre tipologie a seconda della grandezza e utenza. ndr) messi al bando, ma potranno aggiudicarsi solo un lotto per ogni tipologia». Nelle pagine successive viene ammessa anche «la partecipazione anche di raggruppamenti temporanei e consorzi» (Rti). Conclusione: è successo che per due stesse tipologie di bar, due note aziende siano risultate vincenti con una doppia veste, la prima in forma individuale la seconda in Rti. Montanaro ha fermato le bocce e preso la spugna. Ma assicura: «Stiamo correndo, ma non vogliamo farci male. Il nuovo bando per il servizio bar e ristoro sarà pubblicato la prossima settimana».

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