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Sabato 18 Novembre 2017 | 18:19

Vasco: il mio destino è cambiato grazie alla Puglia

Vasco: il mio destino è cambiato grazie alla Puglia
di FRANCESCO COSTANTINI

«Ogni volta che mi viene un’idea per una canzone, non so nemmeno se diventerà davvero una canzone. Parto da una frase, da qualcosa che mi viene da dentro, che mi scava nell’anima. Scelgo le parole e ascolto la ritmica della frase, il battito sonoro. È come una seduta di analisi con me stesso... E non mi interessa se poi piacerà. Inizio dalla prima frase e da lì si apre un mondo: quando arrivo alla fine è un miracolo. Ed è per questo che non so mai spiegare le canzoni».
Vasco è pronto a partire per l’ennesima volta, per l’ennesima volta risorto dalle sue ceneri come l’a r ab a fenice. Sta qui, in Puglia, a Castellaneta Marina, in quello che è diventato il suo buen retiro, il luogo dove ricaricarsi e ritrovare il filo con la vita. «A me questa terra mi ha cambiato il destino, questa storia del cittadino onorario della Puglia creativa l’ho presa molto sul serio. Credo fosse un momento dove avevo bisogno di star solo a contatto con la natura, una natura molto diversa dalla mia che è montanara, aspra, dura. Qui ho scoperto il vento salmastro tra i pini, il piacere di passeggiare e correre sulla spiaggia col rumore del mare in sottofondo e le idee che si inseguono, una natura più dolce, che ti coccola».

Si riparte per quattordici date di un tour attraverso tutta l’Italia, il primo dopo la malattia perché quelli delle scorso anno erano stati concerti stanziali, tra Roma e Milano. E si riparte da Bari, dal San Nicola, esaurito da mesi per la prima sera di domenica 7 giugno, con ancora una certa disponibilità per lunedì 8. Alla fine saranno novanta-centomila fans a vederlo in azione in Puglia, un record «mostruoso» per queste lande, inavvicinabile. Intanto al Cromie, la megadiscoteca che da lontano sembra un gasometro e davanti alla quale lo aspettano in centinaia, prova con la band la scaletta del concerto, con Guido Elmi, che al solito è l’anima musicale del progetto LiveKom 2015.

Come sarà il set? Potente, potentissimo, con la formazione degli ultimi tempi, rock duro ma forse non puro, nel senso che certe venature, un certo spirito «americano», finiscono spesso per trascinarlo verso un suono più FM, radio- oriented per usare un neologismo anglofono quanto basta. E una voglia di sinfonia, di neoclassico, che traspare qua e là, «un po’ gotic, un po’ technic...» chiosa Elmi. Una scaletta divisa in tre, stavolta. Una prima parte tutta centrata sui brani di Sono innocente («perché lo so che la gente vuole sentire i pezzi nuovi e poi è giusto anche che abbiano spazio per cercarsi la loro gloria sul palco...» Vasco dixit), a partire da un’intro metafisica, inaspettata, con una citazione della suite Zoyache Dmitrij Sciostakovic scrisse per un film epico-patriottico durante la guerra, la title-track, Duro incontro, Dannate nuvole, L’uomo più semplice, Guai, Il blues della chitarra sola e, tornando indietro nel tempo, anche Quanti anni hai, Siamo soli, Manifesto futurista. A dividere in due il set, un momento unplugged («perché acustica è solo la chitarra...»), tra le altre Nessun pericolo per te-È-Luna per te-La noia. Finalone con tutto quello che avreste voluto sentire da Vasco e potete osare di chiedere, fino a Un senso, Sally e via dicendo tutti i classici che non possono mancare. «Il palco è il posto dove faccio sul serio, sono davvero me stesso. A me piace il processo creativo che c’è dietro una canzone, vederla nascere, prendere forma, poi la sala d’incisione è una gran palla. Dal vivo invece è tutta un’altra storia: il nostro mestiere è quello, fare musica e portare gioia. Quando l’ho capito non ho potuto più farne a meno», sottolinea. Trentasei anni di live («ho cominciato nel 1979 in piazza a Bologna, quando sono salito mi tiravano gli aeroplanini di carta e se ne sono andati») finché la scoperta di una lingua diversa, che nessuno usava così. «Sono cresciuto con Battisti, Mogol, Dalla, De Andrè, De Gregori ma loro raccontavano storie, io volevo raccontare emozioni, passioni - dice il Komandante - Edoardo Bennato mi folgorò: Sono o non sono il Capitan Uncino? / E allora quando vi chiamo / lasciate tutto e correte... Ogni frase aveva un tempo, una battuta e io ho cercato di risparmiare sulle parole perché pensavo che la gente non avesse più tempo di ascoltare. È stato come passare dai romanzi dell’800 al minimalismo (a proposito, c’è anche qualche citazione di Bret Easton Ellis sparsa nel set...)».

E il rock? «Allora o eri Baglioni o facevi rock - aggiunge - e in più ci aggiunsi lo show, quello che i cantautori avevano mortificato a favore della sostanza. Volevo giocare a fare la rockstar e lo spunto sono stati i live di Pooh e Pfm». E allora che rock sia, ai limiti dell’heavy: «Si ma non mi piace avere solo una faccia: agli artisti spetta il compito di provocare ma anche di coccolare se serve. E per rispetto del pubblico ogni volta che prepari un concerto devi sempre cercare e proporre qualcosa di nuovo: troppo comodo mettersi lì e fare una scaletta come un greatest hits. Le canzoni raccontano storie e non sempre fanno bene al cuore».

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