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Martedì 21 Novembre 2017 | 16:30

Suicida a Triggiano dopo l’incendio del bar

Suicida a Triggiano dopo l’incendio del bar
di Luca Natile

TRIGGIANO - Quel bar, il «Gran Caffè Royal», era stato tutta la sua vita, il suo orgoglio. Vederlo distrutto dalle fiamme, appiccate da qualcuno che è ancora nascosto nell’ombra, lo ha portato ad un tale livello di sconforto da indurlo al suicidio. Nella notte tra venerdì e sabato, l’ultrasettantenne Onofrio Lorusso si è tolto la vita, in casa sua. A Triggiano dicono che ad ammazzarlo è stato in fondo il racket delle estorsioni che gli ha incendiato il bar per ben due volte, un locale a conduzione familiare ma ora sotto la responsabilità del figlio Francesco. È più di una voce, ma meno di una prova.

I Lorusso sono brava gente, non hanno nemici nè strane frequentazioni. Persone per bene: lavoro, famiglia, casa. Non hanno denunciato nessuno, non hanno mai ricevuto minacce. Ai Carabinieri della Stazione e del comando di Compagnia di Triggiano e ai detective in camice bianco della Sezione investigazioni scientifiche, che hanno passato ai raggi x il bar distrutto, hanno detto di non aver mai ricevuto richieste di denaro.

Quando il signor Onofrio aveva aperto il suo bel locale, nel 1953, al cinema davano «Vacanze romane», di William Wyler con Gregory Peck e Audrey Hepburn. E a Cuba un gruppo di ribelli guidati da Fidel Castro prendeva d'assalto la Caserma Moncada, dando inizio alla rivoluzione contro la dittatura di Batista. E lo scrittore Ernest Hemingway vinceva il Pulitzer con «Il vecchio e il mare». Quanti ricordi, quanta vita è passata tra i tavoli di quel bar. Il «Gran Caffè Royal», in via Giovanni Casalino, all’ingresso del paese venendo dalla Statale 100, con gli anni era diventato uno dei luoghi «storici» di Triggiano, dove tutti prima o poi andavano a prendere un caffè, un aperitivo, una pasta con la crema. Una piccola azienda meridionale di successo che Onofrio aveva lasciato nelle mani del figlio, orgoglioso di aver assicurato al suo ragazzo un futuro.

Quando per due volte, il 16 e poi il 27 marzo scorso, nel cuore della notte, qualcuno ha appiccato il fuoco, per il buon Onofrio è stato un po’ come morire, due volte. Il locale chiude, riapre e poi richiude. Dal 27 marzo, ed è trascorso un mese, la saracinesca del «Royal» è rimasta ammainata come la vela di una barca che non può riprendere ancora il largo. Lui ne aveva fatto una malattia, vederlo chiuso gli faceva male al cuore. Incitava il figlio a non mollare la presa, a fare tutto il possibile per rimettere in piedi la baracca e ripartire. Era il desiderio comune che da settimane però rimaneva frustrato, represso. Per rimettere tutto a nuovo la famiglia avrebbe dovuto impegnarsi economicamente fino allo spasmo.

Onofrio non ha lasciato un biglietto, non ha avvisato nessuno: si è tolto la vita mentre era da solo, in casa sua. I Carabinieri hanno aperto un fascicolo di indagine ed eseguito una serie di rilievi. Non ci sono al momento prove materiali che duplice incendio e suicidio siano collegati, ma non c’è n’è bisogno. Onofrio Lorusso era una persona sana ed equilibrata, sono stati gli attentati incendiari a sconvolgerlo.

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