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Sabato 25 Novembre 2017 | 04:57

La storia leggendaria di Paul Summer un cowboy nel Libertà

La storia leggendaria di Paul Summer un cowboy nel Libertà
di ALBERTO SELVAGGI

BARI - Un cowboy al Libertà. Segue i passi dei suoi stivali, il cui eco si perde nell’immaginario che abita, di giorno, di notte, e che lascia spuntare miraggi di cactus e di coyote ululanti fra le frasche e le sarde del Mercato generale, steccati mandriani davanti ai giardini della parrocchia del Redentore e che in realtà non sono che tronchi di recinzione utilizzati come bersagli dalla ragazzaglia contigua alla criminalità nel quartiere più popolare, proletario, sgraziato di Bari, e che ritrova nel centro salesiano, tra i maggiori in Italia, nella sua storia leggendaria, la luce.

Si sveglia con un poster della Route 66 e con la bandiera americana davanti nella sua stanza. Beve un whisky fatto di Coca-Cola, Mr Paul Summer, come si fa chiamare nel mondo dell’arte, arte vissuta nel quotidiano o esibita nei locali. Afferra al volo il bicchiere anche se non c’è un bancone sterminato lungo il quale lasciarlo scivolare, e se il saloon non è che un bar triste in mano agli immigrati associati alla mala. È stato battezzato come Paolo Loiudice, anche se sotto l’acqua benedetta non strillava ma, sgomento, osservava. Comico disarmante perché disarmato, con battute quali «polvere eri e polvere ritornerai, se qualcuno ti darà un passaggio». Musicista country & western, mercanzia rara sulle nostre piazze, convive anche nel look con il mito della frontiera americana. Camicie a fibra spessa operate ad ali d’aquila, colletti aerospaziali che si impennano negli inseguimenti di bufali fantasmi, jeans impolverati da galoppi senza animale, cinturoni Bonanza, stivali da vaccaro, cappello Stetson a falde larghe da lanciare durante le feste gridando yuppi-aie!

Con la chitarra acustica marchiata da un cuore accattone rosseggiante si è fatto le ossa su Delta tv, alla Dolce Vita, al Bohémien di Bari. Fa il clown per i diversamente abili, per i bambini leucemici con l’Agebeo, in case accoglienza, negli ospedali, pronto a dar tutto a chi ha perso tutto, anche ciò che non ha. È il buon animo stranito di Paul Summer, scampato ai Sioux e ai Jesse James dei clan rionali. Con un che di etereo nello sguardo, fragile, volante come una bolla di vetro di Murano, tiene racchiuso il suo mondo nella voce silenziata, guardinga in una realtà nella quale si spara, nella quale si picchia molto più duro che nei romanzi western che va collezionando, nei film di John Ford che ha memorizzato.

Straniero tra gli stranieri nordafricani, padroni di questo quartiere di Bari. E soprattutto tra i baresi pronti a prendere a schiaffi, ad assestare spintoni, a dileggiare un tizio di 36 anni, che porta a spasso un indicibile ciuffo che piomba come uno scivolo aureo dall’impalcatura di una montagna di grano cristallizzato. Un ciuffo di stupefazione, di straniamento, che torreggia sopra un collo albino di celta approdato su praterie di asfalto, azzimato come un cercatore di pepite per la festa domenicale.

Un Paul che suonava Paolo, un Summer bollato Loiudice dall’Anagrafe, dai vicini di casa, dal panettiere, dal postino, dal macellaio. Un’entità avulsa, che disegna pertanto la vita come è fatta e che prosegue tra il pattume e i gas di scarico, unico, solo, solitario cowboy del Libertà nella sua consistenza d’aria.

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