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Giovedì 23 Novembre 2017 | 12:23

Un re buono per la Puglia che era in cattive acque

Un re buono per la Puglia che era in cattive acque
di Fabiano Amati

BARI - Condannati a morte per sete e malattia: da sempre la sorte del supplizio pendeva sul capo dei pugliesi. Bisognava soltanto attendere il momento fatale. Ma il 24 aprile 1915 finiva quell’attesa e pure lo scetticismo. Saliva al trono di Puglia il Re buono, l’Acquedotto pugliese. L’incoronazione avveniva con l’acqua della prima fontana, in piazza Umberto a Bari, e con essa sgorgava pure la grande amnistia. Fu forse per questo che quando vollero dare una casa al Re costruirono una «reggia» in via Cognetti e la fecero decorare da un maestro d’arte come Duilio Cambellotti. Ora, non è che di fronte all’Acquedotto ci riscopriamo monarchici. Ma la metafora regale dà meglio l’idea del dono.

In realtà quel giorno tanto atteso era cominciato tanti anni prima. Forse sin da quando Orazio scrisse il suo verso più famoso e assetato: «sale al cielo l’afa della Puglia sitibonda». Oppure, più concretamente, dall’intuizione di Camillo Rosalba: cambiare verso all’irpino fiume Sele, traslocando la sua foce dal mar Tirreno all’Adriatico. La visione ingegneristica di Rosalba fu poi il progetto definitivo.

Dopo una lunga e estenuante battaglia parlamentare, tramandata dallo stentoreo «vengo dalla Puglia terra assetata di acqua e giustizia» di Matteo Renato Imbriani, i lavori per la costruzione del grande Acquedotto cominciarono all’inizio del ‘900. Dapprima fu smontata la Chiesa di Santa Maria della Sanità a Caposele per dare spazio agli zampilli della sorgente omonima, così da convogliare le acque in una galleria poi dedicata a Giuseppe Pavoncelli.

Percorrerla oggi mette sgomento. Ogni metro è una lacrima che riga le guance, soprattutto se si pensa alle storie che l’hanno accompagnata. Come quella accaduta nei frangenti successivi al terremoto del novembre 1980. Quel pomeriggio la sorgente era «esplosa» in portata, e della galleria si era sollevato l’arco rovescio e aperti fornelli in calotta. Gli acquedottisti accorsero per riportarla in funzione. Tra loro Leone Cuozzo, che solo dopo andò a cercare i tre figli di cui, da ore, non si avevano notizie. Li trovò morti tra le macerie di una casa crollata, a Lioni. E qualche giorno dopo anche lui, sopraffatto dal dolore, li volle raggiungere. A lui è stato dedicato il nuovo potabilizzatore di Conza della Campania.

Ma la galleria non è che il primo tratto del «Canale principale», la grande condotta che trasporta l’acqua da Caposele a Monte Fellone, nei pressi di Villa Castelli. Superato l’appennino, infatti, la galleria cede il compito del vettore a numerosi ponti-canali e condotte in trincea. Sino al bivio idraulico di Venosa, dove il Canale si biforca: un capo parte per Foggia e l’altro per Bari. Anche questo tratto, nell’ultimo secolo, non ha lesinato storie d’amore. Basta percorrere il ponte-canale sul Tràgino per farsi tornare alla mente Fortunato Picchi, antifascista andato esule in Inghilterra e arruolatosi nella truppa formata da Winston Churchill per l’operazione «Colossus». Lo scopo era far saltare il ponte-canale Tràgino dell’acquedotto pugliese, così da ridurre alla sete le milizie italiane. La missione fallì e Picchi fu fucilato come traditore a Forte Bravetta, non prima di aver scritto a sua madre: «di morire non mi importa gran cosa».

Torniamo a Venosa, direzione Bari. Metri e metri di canale con la pendenza sempre uguale, da Caposele a Villa Castelli. E l’acqua scorre con l’aiuto della gravità. Anche per realizzare questo tratto non mancò il dolore. Era il 1910: cinque operai di Minervino Murge e uno di Andria morirono per l’esplosione di una mina. All’ingresso del nuovo serbatoio di Gioia del Colle è inciso su una targa il ricordo. Così questo serpentone idraulico consentì l’apertura della fontana a Bari in quel sabato d’aprile del 1915. Ma quella data è solo un simbolo. Altri anni passarono per completare il «monumento» pugliese alla Vita. Ulteriori cento chilometri da Oria fino al Salento, per fare del Grande sifone leccese il prolungamento del Canale principale. Le opere terminarono nel 1939, con l’inaugurazione della Cascata monumentale di Leuca. All’evento doveva partecipare Mussolini, ma all’ultimo momento declinò. In sua vece arrivò Bottai, ministro dell’educazione nazionale, a scoprire la targa ricordo nel XVII del regime.

Quella data segna però solo la fine della prima fase. Nella seconda, l’impegno a realizzare la fogna. Acquedotto pugliese di oggi, infatti, non è solo l’acqua e i suoi oltre 20.000 chilometri di rete idrica. È anche i suoi oltre 10.000 chilometri di fogna e i suoi quasi 200 depuratori. La fogna è certamente meno romanzabile dell’acqua, ben più facile si rivela impressionare su tela l’acqua e le imprese compiute per imprigionarla, anche negli anni successivi alla conclusione del secondo conflitto mondiale. A quando, cioé, l’acqua del Sele non fu più sufficiente a colmare la sempre più crescente domanda, e perciò altri acquedotti ed schemi idraulici furono realizzati e connessi con il Canale principale: dall’opera di adduzione dal gruppo sorgentizio del Calore, fino agli schemi idraulici del Fortore, del Locone, del Sinni-Pertusillo e dell’Ofanto.

Decine di opere, grandi e piccole, che fanno l’Acquedotto così come lo conosciamo oggi. Ma su tutte «vigila» ancora il Canale principale ed in particolare l’arzilla e acciaccata Galleria Pavoncelli. La sua storia recente è legata ad un incompiuta: sin dalla metà del 1980 è in corso la realizzazione della Galleria Pavoncelli bis. Un’opera idraulica di raddoppio della vecchia galleria, per consentire l’alternarsi dell’esercizio e così favorire la realizzazione delle opere di manutenzione, senza aumento della portata di acqua prelevata dalle sorgenti. Detto con tutti gli scongiuri del caso, un anno ancora o poco più, e tutto dovrebbe essere pronto. Il numero delle incompiute e delle occasioni mancate è però di molto inferiore agli appuntamenti rispettati. E di questo va dato merito a tutti gli amministratori di Acquedotto, anche a quelli caduti nella dannazione dell’oblio.

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