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Lunedì 20 Novembre 2017 | 22:24

Terrorismo, rischio ingressi attraverso i porti pugliesi

di MARISA INGROSSO
BARI - Secondo il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sono una dozzina i miliziani che hanno cittadinanza italiana e sono 53 i foreign fighters che sono «transitati» per l’Italia. Uno di questi, tale Wahib Cabdi, di origini somale e cittadinanza inglese, con documenti falsi sarebbe riuscito a entrare in Europa dal porto di Brindisi, passando per Turchia e Grecia. «Sulla rotta Patrasso-Brindisi non c’è frontiera, le persone passano liberamente»
Terrorismo, rischio ingressi attraverso i porti pugliesi
di Marisa Ingrosso

BARI - Secondo il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sono una dozzina i miliziani che hanno cittadinanza italiana e sono 53 i foreign fighters che sono «transitati» per l’Italia. Uno di questi, tale Wahib Cabdi, di origini somale e cittadinanza inglese, con documenti falsi sarebbe riuscito a entrare in Europa dal porto di Brindisi, passando per Turchia e Grecia. «Sulla rotta Patrasso-Brindisi non c’è frontiera, le persone passano liberamente - dice Salvatore De Paolis, che dirige l’ufficio della Polizia di frontiera dello scalo brindisino - Se era “attenzionato”, altri organismi avrebbero dovuto seguirlo».

In altri termini «ci sono controlli di polizia, ma non c’è un vero e proprio controllo di frontiera da un punto di vista tecnico - spiega il vicequestore - Perché tutte le persone Schengen sono libere di circolare. Quindi, con passaporto britannico, se sei già in territorio Schengen e arrivi in Italia, non hai alcun controllo di frontiera. Perché se vieni dalla Grecia sei già in territorio Schengen. Il sistema parte dal presupposto che quando sei entrato in Grecia, lì sei stato sottoposto a controllo di frontiera».

De Paolis ha la responsabilità dei controlli su circa mezzo milione di passeggeri che sbarcano a Brindisi ogni anno (492.447 nel 2014). E secondo lui «il momento storico porta a una maggiore sensibilità della forza di polizia» anche se non ci sono stati provvedimenti extra in vista di quelli che, secondo l’intelligence italiana sono i tre eventi più «sensibili»: l’Expo di Milano, il Giubileo e l’ostensione della Sindone.

Di certo c’è che chi volesse sfruttare il grande giro delle false identità avrebbe gioco facile. Basta pagare. C’è disponibilità di documenti nuovi di zecca, come i 4.000 passaporti siriani sottratti dall’Isis agli uffici di Raqqa o i documenti rubati negli uffici italiani (l’anno scorso, in Campania, dalla cassaforte del municipio di Boscotrecase sparirono 1.000 carte d’identità). Ci sono quelli fabbricati dalla criminalità organizzata (i camorristi per un passaporto chiedono circa 2.000 euro). Ma ci sono pure i documenti «riciclati», dove si cambia soltanto la foto o neppure quella, se c’è una somiglianza. E qui i numeri sono enormi. Basta dire che in ogni borsa scippata e in ogni portafogli c’è un documento che prende il volo.

Gianni Casavola che è a capo di Polmare Bari, spiega che «c’è un controllo sistematico, anche con sistemi informatici, che ci tengono in contatto con tutt’Europa e non solo. Se ci sono documenti rubati e sono stati inseriti nella banca dati, subito si accerta. Quanto alla sostituzione di persona, cioè al caso di una persona con un documento di un terzo, facendo affidamento sulla somiglianza, gli operatori sono stati allertati e prestano particolare attenzione. E ci sono sistemi nuovi che prevedono anche l’accertamento delle impronte digitali attraverso i passaporti che ora sono dotati anche di microchip».

«Poi - prosegue il dirigente della Polizia di Frontiera - abbiamo contatti continui con Digos e altri enti per prevenire il passaggio di persone per le quali ci sono state segnalazioni. Ci sono sistemi informatici che ci agevolano in questo senso. C’è l’inserimento in banca dati di chi viene intercettato e un incrocio immediato di dati coi sistemi informatici».

Certo, c’è una differenza sostanziale tra i passeggeri di area Ue e quelli extra Ue.

«Per il trattato di Schengen - dice Casavola - i controlli non sono al 100 per cento ma a campione. Diverso è il controllo di sicurezza che si fa nell’ambito dell’area portuale o doganale che può valere anche per i cittadini Schengen. E diverso ancora è il caso di controlli per gli extra-Schengen come l’Albania (che è esente visto), la Crozia o il Montenegro. Qui il controllo è quello tipico di frontiera con l’operatore che controlla documenti e anche l’esistenza dei mezzi necessari per il sostentamento della persona sul territorio italiano, eccetera. Un controllo vecchio stile».

E se qualcuno decide di raggiungere il Califfato partendo da Bari? «Se dovesse essere accertata questa tipologia si procede ai sensi di legge, siamo in contatto con la Digos e si va dalla perquisizione alla denuncia, all’arresto. Anche se, a oggi, non se ne sono segnalati. Ma il livello d’attenzione non può che essere massimo».

Stando a Casavola, al porto di Bari arriva un milione e ottocentomila passeggeri l’anno. È proprio di questi giorni la lettera del Sindacato autonomo di polizia (Sap) al dipartimento per la pubblica sicurezza del ministero dell’Interno. Il sindacato, in relazione alla «concreta» problematica dei foreign fighters, denuncia che al porto di Bari c’è la metà dei operatori necessari: un’ottantina a fronte dei 160 necessari.

Ma, al di là dei due grandi porti pugliesi, dalle parole degli esperti si intuisce che c’è un altro fronte forse sottovalutato, quello dei diportisti. Chi li controlla? In teoria la Guardia costiera intercetta la nave da diporto e il comandante sarà tenuto a riferire il luogo del previsto approdo. In teoria i controlli di frontiera scatteranno nel luogo di arrivo e sarà esteso a tutti i passeggeri. In teoria. Perché poi, a meno che la Guardia costiera non si metta a seguire quell’imbarcazione, non si può certo escludere che qualcuno scenda a riva col canotto di servizio.

ingrosso@gazzettamezzogiorno.it

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