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Lunedì 20 Novembre 2017 | 01:27

«Noi da anni non vediamo i nostri figli»

di ANNADELIA TURI
MODUGNO -  A Modugno gestita dalla caritas una struttura accoglie i papà soli divisi dalle loro famiglie e figli. Per tutti in questo giorno il desiderio di poter riabbracciare i loro ragazzi. Storie difficili, di vera sofferenza, che spesso cominciano dall’ingresso del dormitorio barese «don Vito Diana», centro di prima accoglienza di questi uomini lacerati nel corpo e nell’anima
E Niccolò scrive a papà Renato che gli «sorride dal cielo»
«Noi da anni non vediamo i nostri figli»
di ANNADELIA TURI

MODUGNO - Ore 16.30, Modugno, via Roma 105: dal citofono esterno della grande casa recintata da un cancello verde risuonano le note di un brano di Beethoven. È l’insolito campanello dell’«Oasi Strade Aperte», la struttura della Caritas diocesana Bari-Bitonto (nata in collaborazione con quella nazionale) che, da dicembre, ospita quattro papà separati. Sono 370 metri quadrati che, da qualche mese, cercano di ridare serenità, pace e sostegno concreto a uomini umiliati psicologicamente ed economicamente, distrutti dal calvario della separazione. Uomini che restano senza nulla, neppure un tetto dove dormire.

Storie difficili, di vera sofferenza, che spesso cominciano dall’ingresso del dormitorio barese «don Vito Diana», centro di prima accoglienza di questi uomini lacerati nel corpo e nell’anima. Un punto di inizio per cominciare a valutare i singoli casi che quasi sempre hanno per protagonisti papà italiani, vittime di un matrimonio fallito nel quale, inevitabilmente, si compromette anche il rapporto con i figli. E proprio queste storie hanno dato l’input alla Caritas diocesana per mettere in piedi il progetto O.s.a. (Oasi Strade Aperte).

Ad accoglierci c’è l’avvocato Orazio Zaccheo. Si occupa degli ospiti della struttura (seconda nel sud Italia e settima rispetto al nord) insieme con la collaboratrice Giovanna Di Mucci, oltre agli educatori, all’assistente sociale e alla psicologa; con la supervisione del direttore della Caritas diocesana, don Vito Piccinonna. Nel giardino interno della casa dell’accoglienza ci sono tanti fiori ed una bici parcheggiata davanti al cortile. È quella del giardiniere Mattia che si occupa della manutenzione del verde e, nel pomeriggio, insegna a potare gli alberi ad uno dei papà separati. Vito, nome di fantasia, per non rivelare la sua identità, rispettando la privacy.

Entrati in casa, ci sono i papà separati ad accoglierci in un grande salone ben sistemato, pulito ed ordinato. Quattro, attualmente, quelli presenti ed uno in arrivo di 60 anni. Hanno varie età: 57, 47, 42 e 36 anni. Un divano bianco sul quale, la sera, tutti insieme, guardano un film o una partita di calcio. Su un mobile bianco c’è una tv accanto a cui spiccano i libri sui discorsi del Papa e un ramoscello di mimose. Accanto c’è una piccola stanza con le pareti dipinte color arancio. Un ambiente accogliente e di grande fraternità, nel quale si svolgono i colloqui tra la psicologa e i papà separati, che possono essere ospitati da un minimo di otto mesi fino ad un massimo di dodici. Sui loro volti serenità e grande speranza.
Il 19 marzo è vicino e il desiderio più grande per loro è quello di rivedere e riabbracciare (per qualcuno dopo tanti anni) i loro figli e di sentirsi dire: «ciao papà».

A spiegare come funziona la struttura è l’avvocato Zaccheo. «Nel pieno rispetto dei loro desideri e dopo aver ascoltato a lungo le loro storie – dichiara Zaccheo –, ci siamo resi conto che, per essere parte attiva di questa struttura, a ciascuno di loro è stato affidato un compito preciso, rispettando le loro attitudini. Giovanni (così lo chiamiamo), ad esempio, si occupa della cucina perché è molto bravo nel preparare piatti di ogni genere». A cominciare dall’ottimo caffè che decide di offrirci. Dunque, nella casa di accoglienza per papà separati di Modugno non esiste un programma di convivenza imposto dall’esterno. Ciascuno di loro ha un ruolo preciso ma che rispetta le singole peculiarità psicologiche e pratiche.
Per esempio, Vittorio (un altro nome di fantasia) si occupa della gestione della libreria e della cultura in generale, senza trascurare la musica. Un ruolo più che appropriato il suo, vista la passione per la batteria nata ai tempi dell’adolescenza.

Chiacchierando serenamente, i papà ci raccontano come vivono nella casa di accoglienza e come si svolge la giornata. Sveglia alle otto e colazione tutti insieme. Se un ospite lavora, esce di casa e rientra il pomeriggio. Per chi resta all’interno, i compiti sono determinati perché le cose da fare sono tante: pulire, preparare il pranzo, riordinare la libreria e curare il giardino. Per tutti c’è me zz’ora a disposizione per leggere il giornale (preferiamo la «Gazzetta del Mezzogiorno », dicono…). Poi si pranza e tutti seguono il telegiornale (per non rimanere all’oscuro di quanto accade fuori dalla casa). Il pomeriggio quasi sempre per gli ospiti è libero; mentre a cena si sta sempre insieme, così come nel resto del tempo che resta (massimo fino alle 22) per guardare un film e poi andare a letto. «Qui c’è un clima di fratellanza – spiega l’avvocato Zaccheo – ma non vuol dire che va sempre tutto bene. Spesso i caratteri spigolosi degli ospiti vengono fuori, con tutte le ferite che si portano dietro. Però ci sforziamo, attraverso un programma di interrelazione, a stabilire una serena convivenza e fraternità affinché i papà si rendano conto che questo percorso può ridare loro una nuova vita: a cominciare da un lavoro che li consenta di renderli economicamente autonomi, fino al recupero dei loro rapporti umani ». Capitolo a parte merita il tempo che i responsabili della struttura e gli stessi papà dedicano al recupero del rapporto con i figli, uno degli obiettivi principali del programma di recupero delle loro personalità. «Partendo delle loro storie - conclude l’avvocato Zaccheo – abbiamo avviato delle vere e proprie ricerche, perché i papà qui ospitati da tempo avevano perso le tracce dei loro figli. Grazie alla tecnologia oggi a disposizione, siamo riusciti a trovarli e in questi giorni, sperando proprio in occasione della festa del papà, è previsto per loro il primo incontro con i figli, alla presenza della psicologa». Per qualcuno di loro è difficile nascondere l’emozione. Il forte dolore non lascia cadere le lacrime ma dallo sguardo traspare gioia e felicità. Per i papà separati ospiti della struttura «Oasi Strade Aperte» sarà un 19 marzo diverso: quello che hanno da tempo sognato di vivere. Perché l’amore di un padre per un figlio è troppo forte e può resistere a tutto, anche ad un matrimonio naufragato. Insomma «una grande sfida», per il direttore don Vito Piccinonna della Caritas diocesana: costruire insieme un percorso chiamato rinascita che possa abbattere definitivamente rancori, tristezze e dolore

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