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Lunedì 20 Novembre 2017 | 10:45

Bari, reso invalido dopo un intervento sbagliato 30 anni per risarcimento

BARI - Un ragazzo di 26 anni si rompe il braccio giocando a calcetto, va al Policlinico di Bari, e dopo tre operazioni perde l’uso del braccio e della mano destra. Accadeva nel 1985. Dopo trent’anni quell’uomo, ormai padre di famiglia, sta ancora aspettando i soldi che un Tribunale gli ha riconosciuto in appello dopo un processo durato un quarto di secolo: erano 110mila euro, nel frattempo sono diventati 600mila
Bari, reso invalido dopo un intervento sbagliato 30 anni per risarcimento
BARI - Un ragazzo di 26 anni si rompe il braccio giocando a calcetto, va al Policlinico di Bari, e dopo tre operazioni perde l’uso del braccio e della mano destra. Accadeva nel 1985: c’era il muro di Berlino, il primo governo Craxi si avviava verso la fine e la Juve vinceva la Coppa intercontinentale. Dopo trent’anni quell’uomo, ormai padre di famiglia, sta ancora aspettando i soldi che un Tribunale gli ha riconosciuto in appello dopo un processo durato un quarto di secolo: erano 110mila euro, nel frattempo sono diventati 600mila e cresceranno ancora perché tanto paga sempre Pantalone.

Se qualcuno vuol capire perché la sanità pugliese è senza speranza deve leggere le carte di questa vicenda. Una storia a dir poco allucinante. Al ragazzo, ricoverato al Policlinico, viene «consigliato» di farsi operare presso la clinica privata, a pagamento, dal notissimo professore che all’epoca lo aveva in cura. Alla prima operazione, gli fanno perdere l’uso della mano. Alla seconda, tornato al Policlinico, gli recidono un tendine. Finisce che dopo tre mesi il poveretto va al Cto di Firenze, dove medici esterrefatti scoprono il guaio: nella prima operazione il professore aveva sbagliato ad applicare un laccio emostatico, nella seconda aveva lasciato nel braccio una garza imbevuta del medicinale necessario a fermare un’emorragia.

Ventotto anni dopo, nel 2013, la Corte d’appello di Bari ribalta una sentenza di primo grado che aveva respinto la richiesta di risarcimento danni presentata dal ragazzo nel 1987: sia l’ortopedico che il proprietario della clinica privata (nel frattempo deceduti) sono giudicati responsabili dei danni fisici e neurologici causati all’ormai ex ragazzo. Sommando le varie voci di danno il risarcimento ammonta a 133mila euro, più 20mila euro di spese legali, più gli interessi e la rivalutazione: in tutto sono 596mila euro, e vanno pagati subito perché il Tribunale nega la sospensiva.

L’eredità delle vecchie Usl ricade in quella che si chiama «gestione stralcio». È un pozzo senza fondo cui la Regione non può mettere il coperchio se prima non paga tutti i debiti: e nessuno, nessuno, è in grado di dire a quanto ammontino. Solo a Bari c’erano 18 Usl, ciascuna ha tuttora un suo conto corrente «stralcio». Per tenere il passo, la Asl di Bari ha a disposizione circa 30 milioni, eppure non paga: la delibera di liquidazione, firmata il 29 dicembre 2014, è stata uno degli ultimi atti dell’ex dg Domenico Colasanto. Il suo successore, Vito Montanaro, è arrivato il 10 gennaio, ed ha bloccato la delibera (fidarsi è bene...).

Nel frattempo, gli avvocati dell’ex ragazzo hanno tentato la strada del pignoramento ed hanno trovato solo spiccioli sui conti della Asl. Ciò che è paradossale è che la Regione ha dichiarato al giudice di non avere debiti con la gestione stralcio: tecnicamente può anche essere vero, ma nei fatti è sempre la Regione a pagare. E pagherà anche le spese e gli interessi sugli interessi. Di casi simili ce ne sono a decine: e, naturalmente, i medici condannati in solito raramente pagano di tasca propria. [m.s.]

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