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Venerdì 24 Novembre 2017 | 01:04

Tragedia Francesco Padre «Nessun responsabile» Forse fu una bomba Nato

di GIOVANNI LONGO
MASSIMILIANO SCAGLIARINI

BARI - L'esito dell'indagine-ter sull'affondamento del peschereccio avvenuto nel 1994.Non ci sono responsabili. Ci sono soltanto pesanti sospetti. Ma per la prima volta, una verità giudiziaria dice che il naufragio del Francesco Padre di Molfetta non fu causato dall’ipotetico esplosivo che i cinque marinai stavano tentando di portare dall’altro lato dell’Adriatico. A poco più di vent’anni da quella tragedia, che ora è ufficialmente la Ustica di Puglia, un giudice scrive che il motopeschereccio non saltò in aria per l’imprudenza del suo equipaggio - un’imprudenza pagata con la vita - ma fu affondato da qualcuno o da qualcosa. Forse proprio da un ordigno della Nato, per un’azione di guerra che si trasformò in «un tragico errore»
Tragedia Francesco Padre «Nessun responsabile» Forse fu una bomba Nato
GIOVANNI LONGO
MASSIMILIANO SCAGLIARINI

BARI - Non ci sono responsabili. Ci sono soltanto pesanti sospetti. Ma per la prima volta, una verità giudiziaria dice che il naufragio del Francesco Padre di Molfetta non fu causato dall’ipotetico esplosivo che i cinque marinai stavano tentando di portare dall’altro lato dell’Adriatico. A poco più di vent’anni da quella tragedia, che ora è ufficialmente la Ustica di Puglia, un giudice scrive che il motopeschereccio non saltò in aria per l’imprudenza del suo equipaggio - un’imprudenza pagata con la vita - ma fu affondato da qualcuno o da qualcosa. Forse proprio da un ordigno della Nato, per un’azione di guerra che si trasformò in «un tragico errore».Il gip di Trani, Francesco Zecchillo, ha infatti depositato il decreto con cui dispone per la terza volta l’archiviazione delle indagini sul Francesco Padre, accogliendo in pieno le tesi firmate dapprima dal sostituto Giuseppe Maralfa e poi, da ultimo, dal procuratore Carlo Maria Capristo: «Pur essendo stata acclarata - ha scritto Capristo - l’infondatezza dell’ipotesi che l’affondamento del natante sia stato provocato dalla deflagrazione di esplosivo trasportato scientemente a bordo da tutti o da taluno dei membri dell’equipaggio», non è possibile identificare chi causò la tragedia. Ma, secondo la Procura, può essere avanzata «fondatamente l’ipotesi di un attacco dall’esterno». Ed è da qui, scrive Capristo, che potranno ripartire le indagini se (e quando) la Marina italiana e gli Usa metteranno a disposizione degli inquirenti le informazioni classificate su cosa accadde veramente la notte del 4 novembre 1994 al largo delle coste jugoslave.

Il 9 novembre 2014 la «Gazzetta» ha dato conto delle risultanze della indagine ter sul Francesco Padre. Una dettagliatissima relazione in cui «si profila con alto grado di probabilità la pista omicidiaria» dei 5 marittimi molfettesi sulla base di tre ipotesi: una azione «comunque collegata alla operazione Nato-Weu “Sharp Guard” e alla guerra civile in atto nella ex Jugoslavia», oppure «una condotta omicidiaria premeditata posta in essere, per rappresaglia o per intimidazione, in collegamento teleologico con le attività estorsive condotte dalla criminalità organizzata serbo-montenegrina, in danno dei pescatori italiani», o infine l’«esplosione a bordo (zona poppiera sinistra) o fuori bordo (ma in prossimità della zona poppiera-murata di sinistra dello scafo) di un ordigno pescato accidentalmente dalle reti dell’imbarcazione nel corso delle operazioni di pesca a strascico».

Conclusioni ampiamente condivise dal giudice Zecchillo, che bolla come «infondate» tutte le ipotesi alternative emerse nelle due precedenti inchieste: quella di un traffico di esplosivi nascosto nella cala del motorista, quella dell’impossibilità dell’impatto contro una mina o con un ordigno militare, quella dell’impossibilità che il «Francesco Padre» avesse tirato a bordo una bomba con le reti da pesca, e soprattutto quella secondo cui «mancherebbero riferimenti ad un’azione di rappresaglia o a un tragico errore». Ed è per questo che Zecchillo sottolinea la necessità di fugare un «insinuato sospetto»: quello che «per un tragico errore il motopesca di Molfetta sia stato affondato dalle forze della Nato perché scambiato per uno di quei natanti utilizzati in funzione antisommergibile, e in particolare, per il motopesca individuato due giorni prima dal sommergibile spagnolo Tramontana».

Le indagini, come del resto scrive Capristo, potranno ripartire «in caso di nuove sopravvenienze». Ma l’ordinanza di Zecchillo è già un importante risultato raggiunto dagli avvocati baresi Ascanio Amenduni, Nino Ghiro, Nicky Persico e Vito D’Astici, il pool che ha già rappresentato le vittime dell’Atr caduto a Capo Gallo e che ha restituito al comandante Giovanni Pansini, al motorista Luigi De Giglio, al pescatore Saverio Gadaleta, al capopesca Francesco Zaza e al marinaio Mario De Nicolo (l’unico di cui sia mai stato ritrovato il corpo) la dignità di uomini di mare: erano pescatori, non trafficanti, e quella notte del 1994 ebbero la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato

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