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Venerdì 24 Novembre 2017 | 00:57

Scandalo in Ateneo Prof affida lavori a ditta del marito

di GIOVANNI LONGO
BARI - Dalle missioni a Milano e a Edimburgo all’aggiornamento di un sito internet; dall’acquisto di materiale informatico al finanziamento di un’associazione per «ammorbidire» un collega. E, soprattutto, alcuni lavori affidati dal dipartimento da lei diretto alla ditta individuale del marito, commissionati, secondo l’Accusa, senza gara e ricerche di mercato. Fondi pubblici gestiti in modo privato. Al centro dell’inchiesta, la professoressa Marina Calamo Specchia
Scandalo in Ateneo Prof affida lavori a ditta del marito
di GIOVANNI LONGO

BARI - Dalle missioni a Milano e a Edimburgo all’aggiornamento di un sito internet; dall’acquisto di materiale informatico al finanziamento di un’associazione per «ammorbidire» un collega con il quale, i rapporti erano un po’ tesi. E, soprattutto, alcuni lavori affidati dal dipartimento da lei diretto alla ditta individuale del marito, commissionati, secondo l’Accusa, senza gara e ricerche di mercato. Fondi pubblici (Prin) - ipotizza la Procura di Bari - gestiti in modo privato. Al centro dell’inchiesta, la professoressa Marina Calamo Specchia, all’epoca dei fatti (2010) docente ordinario di Diritto pubblico comparato a Giurisprudenza, indagata per peculato, falso, abuso d’ufficio e truffa; suo marito Marco Terzi; il professor Silvio Suppa, anche lui docente ordinario di Diritto costituzionale. Indagati anche altre sei persone tra ricercatori, dottorandi e una imprenditrice (Pamela Martino, Stefania Spada, Gaetano Marzulli, Laura Fabiano, Maria Rosaria De Leo e Angela Carbonara).

Nelle scorse settimane i Pm Renato Nitti e Luciana Silvestris hanno fatto notificare un invito a comparire, nel caso in cui vogliano chiarire la loro posizione. L’inchiesta - condotta dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria del Comando provinciale di Bari, stralcio di «Do ut des» su presunti concorsi universitari pilotati in tutta Italia - accende un faro su quella che gli investigatori definiscono una «area grigia» nella gestione delle risorse messe a disposizione dal 2007 al 2010 nell’ambito dei fondi Prin (Progetti di rilevante interesse nazionale). Nel mirino degli inquirenti la presunta gestione «personalistica» di risorse pubbliche. I mandati di pagamenti sospetti ammontano a poche migliaia di euro.

«Sono fiducioso di poter dimostrare al più presto l’insussistenza dei fatti ascritti alla professoressa Calamo Specchia», dice l’avvocato Alessandro Dello Russo, difensore della docente. Più nel dettaglio, secondo la Procura la professoressa Calamo Specchia avrebbe distratto complessivamente circa 1.500 euro dai fondi Prin per una missione a Milano di una ricercatrice universitaria allo scopo - ritiene l’accusa - di assistere la candidata della «scuola barese» Maria Rosaria De Leo, impegnata in Lombardia per un concorso. Scopo del viaggio non sarebbe stato, come documentato ritengono gli inquirenti falsamente, «La ricerca su indipendenza delle corti». Nel mirino pure una missione a Edimburgo. La trasferta, finalizzata alla partecipazione al seminario «Devoluzione fiscale e federalismo in Italia e Regno Unito», non sarebbe rientrata tra le missioni rimborsabili con i fondi Prin. Così si legge nella sommaria indicazione dei fatti ipotizzati.

Ma l’inchiesta punta soprattutto sul possibile «conflitto d’interesse» tra la professoressa Calamo Specchia e suo marito, Marco Terzi. Settembre 2010, la docente finanzia l’aggiornamento di un sito internet. Al di là della circostanza che - secondo l’accusa - l’attività non è pertinente rispetto al Prin, il lavoro sarebbe stato commissiano sulla carta ad Angela Carbonara, imprenditrice e amica della prof., ma la commessa sarebbe stata materialmente espletata da Terzi e «non fatturata per questioni di opportunità», si legge nel capo d’imputazione. «Il tutto in cambio di 1.500 euro ricevuti dalla moglie con bonifico bancario».
Poi c’è il capitolo «spese di pubblicazione». Alla ditta di Terzi, viene commissionata la stampa di 300 volumi con trattativa privata, senza indagine di mercato. Addirittura, al momento dell’ordine, la ditta, «Quisquilie», «era di fatto inesistente in quanto non iscritta alla camera di Commercio». Non ancora operativa, ma con un ordine in tasca. I fondi Prin sarebbero stati utilizzati persino per «ammorbidire» alcuni rapporti difficili. La docente dà il via libera per finanziarie con 3mila euro l’Associazione di diritto pubblico comparato ed europeo, anche questa, per l’accusa, «attività non pertinente il Prin». Un contributo che sarebbe servito solo per ammorbidire il collega milanese Giuseppe Ferrari (indagato nel procedimento «madre»), con il quale la prof. barese «si era duramente scontrata nell’ambito di alcune procedure concorsuali».

Ma l’episodio forse più curioso affonda le radici nel lontano 2008 e riguarda Terzi e il professor Suppa. Terzi avrebbe preso lavori anche dal collega della consorte. «Suppa - scrive la Procura - attraverso l’utilizzo di atti falsi (preventivi/fatture) poneva in essere un’operazione fittizia, conferendo sulla carta alla ditta individuale di Terzi, l’incarico per la progettazione, editing, e stampa di due volumi - ritiene la pubblica accusa - mai eseguiti».

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