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Lunedì 20 Novembre 2017 | 22:23

«Nonni in trincea» Dal Carso all’Isonzo i quattro ori baresi

di GAETANO CAMPIONE
Dietro il linguaggio roboante della retorica patriottica della Grande Guerra sono racchiusi episodi di coraggio e di valore che si consumarono sulle pietraie del Carso, sulle sponde del Piave e dell’Isonzo. I protagonisti erano soprattutto giovani.  Questa è la storia delle quattro medaglie d’oro al valor militare alla memoria baresi
LA STORIA 1 - Caggiani, il sergente di Pomarico
LA STORIA 2 - D’Ambrosio, il sottufficiale che parlava bene l’inglese
LA STORIA 3 - Rutigliano dimentica l’ardito coraggioso
LA STORIA 4 - E il fotografo Antonelli si lanciò dall’aerostato
«Nonni in trincea» Dal Carso all’Isonzo i quattro ori baresi
di GAETANO CAMPIONE

Dietro il linguaggio roboante della retorica patriottica della Grande Guerra sono racchiusi episodi di coraggio e di valore che si consumarono sulle pietraie del Carso, sulle sponde del Piave e dell’Isonzo. I protagonisti erano soprattutto giovani. Il 12 per cento dei 650mila caduti italiani aveva meno di 20 anni, il 60 per cento tra i 20 e i 30. Pugliesi e lucani non rappresentavano una eccezione. Perché Patria e gioventù erano legate da un filo rosso e ancora di più lo era il legame tra la giovinezza e la guerra.

Questa è la storia delle quattro medaglie d’oro al valor militare alla memoria baresi. A loro sono intitolate anche alcune caserme. Carlo Guadagni, di Santeramo, morì a Sant’Andrea di Barbarano, un paesino sulle sponde del Piave. Era un tenente colonnello del 243° reggimento di fanteria. Aveva 40 anni e già due medaglie, una di bronzo e una d’argento. Il 15 giugno del 1918, nella battaglia del Solstizio, cercò di arginare l’avanzata austroungarica che aveva travolto le linee italiane. Anziché ripiegare, si attestò su una posizione e resistette, attacco dopo attacco. Con i suoi uomini, contrattaccava e indietreggiava nel tentativo di rallentare il nemico. Una specie di effetto fisarmonica che durò diverse ore. Resistenza inutile. La motivazione recita: «… fulgido esempio di valore e del più alto sentimento del dovere, vi incontrava morte gloriosa».

Dal Piave al Carso. Domenico Picca, di Molfetta, capitano di complemento del 139° reggimento fanteria, a 34 anni fu colpito in pieno da una granata nemica. L’ufficiale si lanciava con i suo soldati alla conquista di una posizione avversaria (di solito gli austriaci erano su e gli italiani giù e bisognava scalare una montagna sotto il tiro nemico per avere la meglio), la conquistava, catturava diversi prigionieri e veniva colpito al viso da una scheggia. Aspettava venti giorni i rinforzi. Una volta arrivati, ripartiva e conquistava un’altra postazione. Mentre dirigeva i lavori di rafforzamento della trincea fu colpito dalla granata «costante e fulgido esempio di ogni eletta virtù militare dava alla Patria la sua preziosa esistenza».

Il maggiore Mario Rossani, di Cassano, comandante del 69° battaglione genio zappatori, chiuse gli occhi per sempre a 28 anni. Figura holliwoodiana, la sua. Una promozione straordinaria per meriti di guerra, una medaglia di bronzo, tre d’argento (due ottenute in due giorni di seguito sul monte Sabotino), più quella d’oro alla memoria. Sull’Isonzo parte all’attacco di un ponte. Raggiunge il costone San Mauro e lo conquista, poi insegue il nemico, spingendolo sulla riva sinistra del fiume e prendendo possesso di un ponte e di un’intera batteria da campagna. Sulle pendici del monte Sabotino striscia fin sotto i reticolati nemici per raccogliere la salma di un suo militare. Gli austriaci reagiscono. In due si lanciano contro di lui. Uno viene ucciso e l’altro fatto prigioniero dopo un cruento corpo a corpo. Sul monte Corno l’uf - ficiale dirige i lavori di rafforzamento della postazione. La pallottola di una mitragliatrice lo raggiunge alla testa. Ma lui non molla. Colpito nuovamente, stramazza in un burrone.

Infine, il sergente dei bersaglieri barlettano Giuseppe Carli, 19 anni, caduto sul monte Mrzlivrk, nei pressi di Caporetto. Attacca il nemico con la sua squadra, conquista la posizione «con straordinario slancio», lo feriscono due volte e lui si trascina ancora verso il nido di mitragliatrici. Muore «fulgido esempio di tenacia», rifiutando i soccorsi e incitando gli altri bersaglieri: «Non vi curate di me, andate a sparare». La storiografia ufficiale della Grande guerra promuove, comunque, una memoria falsata, esageratamente patriottica e celebrativa. Perché un ettaro di terreno strappato al nemico costava anche 10mila morti. Una carneficina. E in tanti furono costretti ad avanzare contro il nemico dai propri comandanti che non esitarono - se necessario - a sparare contro i propri soldati. In almeno sei casi, tutti documentati, gli austriaci smisero di mitragliare e gridarono agli italiani di tornare indietro per non farsi massacrare inutilmente.

Le diserzioni, gli atti di autolesionismo, le decimazioni rappresentarono il rovescio delle medaglie al valor militare. Insomma, il Piave mormorò non solo per esaltare i gesti di eroismo che non vanno certo dimenticati. Oggi, il recupero della memoria potrebbe servire a riscoprire quella forza morale e quella capacità di sacrificio di una generazione che risollevò le sorti del Paese.

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