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Giovedì 23 Novembre 2017 | 01:09

Banca Popolare più ricca di oltre 500 milioni di euro «Soldi per le famiglie»

BARI - Si è conclusa l’operazione di aumento di capitale della Banca Popolare di Bari. Adesione piena, al di là delle previsioni: oltre 500 milioni di euro da parte dei soci vecchi e nuovi. Soddisfatto il presidente Marco Jacobini: serviranno per imprese e famiglie (nella foto, il Presidente Marco Jacobini)
Banca Popolare più ricca di oltre 500 milioni di euro «Soldi per le famiglie»
GIUSEPPE DE TOMASO
BARI - Marco Jacobini non sta mai fermo. Dopo aver acquisito Tercas e Caripe, le sigle bancarie più importanti dell’Abruzzo, il presidente della Banca Popolare di Bari aveva chiesto ai soci e ai risparmiatori un’iniezione di fiducia da 500 milioni di euro. Obiettivo immediato: rendere contemporaneamente più liquida e più patrimonializzata la banca. Obiettivo sostanziale: sostenere con nuova linfa il territorio.

Di euro alla Pop-Bari ne sono arrivati parecchi di più di quelli richiesti. Ieri si sono chiusi i termini per l’aumento di capitale di 500 milioni della Banca Popolare di Bari. E il tam tam assicura che sia andato al di là di ogni previsione.

È così presidente Marco Jacobini?

Sì, l’aumento di capitale è andato ben oltre le previsioni. Abbiamo superato, e non di poco, i 500 milioni. Siamo più che soddisfatti.

In prospettiva questo successo cosa significa?

Significa che la banca si è dotata di mezzi per continuare a fare il proprio lavoro, ed essere presente in modo puntuale ed efficiente in tutte le aree in cui opera un suo sportello. Ma significa, soprattutto che, nonostante il momento difficile in atto, i soci vecchi e nuovi hanno dato l’ennesima dimostrazione di grande fiducia nei confronti della Popolare di Bari. Basti dire che 6600 risparmiatori sono diventati nuovi soci della Banca: un’attestazione reputazionale nei riguardi dell’azienda che ci riempie di legittimo orgoglio. Migliaia di persone hanno contattato la banca perché volevano diventarne i nuovi azionisti.

Il che sta a significare che la banca dà la massima garanzia sul piano della liquidabilità dell’investimento azionario.

La liquidabilità del titolo, da 54 anni, è stata in cima ai pensieri della Popolare di Bari. Quelle della Pop-Bari sono azioni da cassetta, non da trading. Ma quando il socio ha bisogno di monetizzare le azioni, la banca dev’essere sempre pronta. Il regolamento prevede che non si debba superare il limite dei 90 giorni per la liquidazione del titolo.

La Popolare di Bari, per raccolta e impieghi, era al 15mo posto nella graduatoria nazionale? Ora, dopo l’operazione Tercas e l’ultimo aumento di capitale, a che punto è?

Abbiamo guadagnato qualche posizione.

Il prossimo obiettivo qual è: entrare nella top ten?

Vogliamo innanzitutto continuare a fare bene il nostro lavoro, nell’interesse del territorio. La top ten è un traguardo bellissimo, di grande prestigio. Ricordo che quando siamo partiti con Pop-Bari eravamo al 130mo posto in Italia fra le Popolari e oltre il millesimo posto nel sistema bancario nazionale. Ma, ripeto, tengo in primo luogo alla stima della gente e degli operatori: è il rating più bello.

Ignazio Visco fino a poco tempo fa premeva perché le Popolari si trasformassero in spa. Ora il governatore di Bankitalia si limita ad auspicare innovazioni statutarie che non intacchino, fra l’altro, il principio cardine del voto capitario. Perché Visco ha corretto il tiro?

Le banche popolari, rispetto alle altre, hanno resistito meglio all’urto della crisi. Abbiamo registrato, nel 2014, un ulteriore incremento delle nostre quote di mercato. Sicuramente sono necessarie innovazioni sul piano statutario. Ma la Pop-Bari le ha recepite già da tempo, vedi l’aumento delle deleghe. Certo, servono interventi che incentivino la raccolta dei capitali di rischio (ad esempio attraverso i Fondi) delle Popolari. Ma ricordo che da gennaio 2013 fino ad oggi la Pop-Bari ha portato a casa qualcosa come 900 milioni in aumenti di capitali: una cifra cospicua, mi pare. Frutto anche della nostra filosofia, che è quella di rendere sempre più partecipi i soci alla vita dell’azienda.

Nel 2014 le Popolari hanno incrementato i finanziamenti alle famiglie e alle imprese. Il sistema cooperativistico è più efficiente?

Noi non siamo una spa. L’elemento cooperativistico è importante, ci aiuta a camminare con i piedi per terra, senza voli pindarici.

Uno studio riporta che la crisi è meno pesante nei territori in cui è più radicata la presenza della banca cooperativa. È davvero così?

Non so se sia davvero così. La Popolare di Bari è un istituto legato al territorio. In teoria funziona così: se il territorio va bene, la banca cresce, se il territorio decresce, la banca soffre. Ma, nonostante la recessione, noi non abbiamo mai chiuso i rubinetti, anche quando era calata la richiesta di credito (oggi per fortuna si avverte un piccolo miglioramento). Sapevamo benissimo che c’erano problemi, ma non abbiamo scelto la via di fuga. Siamo rimasti, con gli impieghi, al fianco delle aziende e delle famiglie. Non si può operare solo con i titoli di Stato.

Presidente, ha mai pensato di quotare in Borsa la Popolare di Bari?

A volte ci ho pensato. Poi mi sono congratulato con me stesso per non averlo fatto.

Perché?

Per la volatilità della Borsa (tra ascesa e discesa) e per la particolarità del mercato azionario italiano. C’entra anche l’elemento psicologico: noi ai risparmiatori vogliamo dare certezza non incertezza. E nella Borsa incidono fattori che sfuggono alla tua orbita di controllo.

In Italia i mutui rilasciati dalle Popolari sono aumentati del 38% nel 2014, cifra superiore al resto del sistema bancario. Anche sui tassi siete stati più competitivi: 2,7% di media contro 3,1%. Ripresa in vista?

Speriamo di sì. Quanto ai mutui, noi facciamo tassi ancora più vantaggiosi, perché siamo stati più disponibili a fare impieghi. Altre banche si sono fermate.

Le pagelle degli stress test, da parte della Bce, non hanno premiato le banche italiane. Perché?

Molte banche europee hanno ricevuto aiuti di Stato, quelle italiane no. Ora le regole sono cambiate, ci adegueremo.

Dal primo gennaio diventa operativa la nuova architettura finanziaria in Europa. I cui obiettivi principali sono: scongiurare le crisi sistemiche del mondo finanziario, ridurre l’uso di fondi pubblici per il salvataggio delle banche. Queste regole non rischiano di rivelarsi troppo restrittive?

Quelle bancarie sono aziende come tutte le altre, noi siamo responsabili delle nostre fortune. È giusto che ci siano regole che impediscano di scaricare sui contribuenti alcuni errori gestionali.

Le norme che prevedono banche più liquide e più capitalizzate non rischiano di risultare contraddittorie?

La ricorsa alla ricapitalizzazione è una cosa buona e giusta, l’importante è che non sia esasperata.

Le nuove regole europee impongono una netta separazione tra banche commerciale e banche di investimento. Giusto o no?

Rilevo solo che le ispezioni nelle banche commerciali non hanno fatto sconti a nessuno. Non mi pare che le banche finanziarie abbiano affrontato ispezioni di questa portata.

Ma le crisi sistemiche si possono scongiurare per legge?

Le crisi sistemiche solitamente hanno origini evitabili. Ma, a volte, come è accaduto in Europa, vanno a impattare (aggravando la situazione) in sistemi logori e decadenti. L’Europa è un continente “vecchio”, i suoi mercati arrancano. L’Euro ha fatto sì che non si potesse nascondere la propria debolezza grazie al solito soccorso del cambio. Bisognerebbe diventare più bravi degli altri. Ma molte aziende non riescono a reggere questa sfida.

Ma di regola in regola non si rischia di inficiare l’«arte del banchiere» che per sua natura si coniuga con la flessibilità?

Il lavoro del banchiere si fonda sulla flessibilità. Ma in una cornice indispensabile di regole chiare.

La banca del futuro sarà attiva 24 ore su 24 per il pubblico. Sarà prevalentemente una banca self-service, con l’assistenza per i meno tecnologizzati. La Banca Popolare di Bari è già partita in tal senso.

La tecnologia sta rivoluzionando il modo di fare banca. Da parte della clientela si avverte una sempre più diffusa attenzione verso i servizi on line. Le banche hanno il dovere di attrezzarsi in merito. La sfida è quella di «fondere» l’attuale personale con le attività del futuro.

Che verteranno essenzialmente sul concetto di consulenza.

Sì, la consulenza sarà la vera svolta. Anche perché non bisogna dimenticare un’anomalìa del sistema produttivo italiano, le cui aziende sono bancarizzate in una percentuale assai alta, mentre dovrebbero avere una bancarizzazione più bassa e rivolgersi a un più vasto mercato dei capitali. Per questa ragione abbiamo promosso una serie di prodotti, attività e servizi che dovrebbero portare le imprese a un livello di minore bancarizzazione.

Il che significa fare da nave scuola alle imprese.

Se le ispezioni hanno portato novità importanti per le banche, altrettanto potrebbe verificarsi per gli imprenditori. Se vogliono ricorrere al credito bancario, gli imprenditori dovranno presentarsi con analisi, business plan aziendali, prospezioni di periodo. Non tutti saranno in grado di farlo. Dovranno rivolgersi a chi sarà in grado di fare consulenza, a iniziare dalle banche.

Torniamo al punto di partenza. Come procede il vostro lavoro in Tercas, da voi appena rilevata? Cosa avete scoperto?

Tercas dispone di una rete assai solida. Per qualche anno è rimasta ferma. Ora ha ripreso a camminare. Nei primi tre mesi d’attività si è registrato un significativo cambio di passo.

In quanto tempo pensa di riportare di risanare Tercas, portandola a un bilancio in attivo?Se siamo molto bravi, e dobbiamo esserlo, nel 2015. Tercas ha già lo stesso spirito di Pop-Bari: più impieghi per il territorio».

Invece, per la Popolare di Bari cosa vede nel 2015?

Presenterà un bel bilancio 2014. Penso che per tutti il 2015 sarà un anno di tensione, fatica, preoccupazione. Non vedo segnali positivi che ci facciano ben sperare. Ma noi, come banca, dobbiamo continuare a impegnarci a lavorare sodo.

Cosa pensa delle misure economiche varate dal governo?

Nel tempo, forse, genereranno effetti positivi. Ma situazioni critiche, come quella attuale, si possono modificare solo se intervengono fatti immediati in grado di dare respiro alla popolazione. Quando leggiamo che a causa del Patto di stabilità le amministrazioni non possono onorare i pagamenti con le aziende che hanno lavorato con loro, bisogna domandarsi se è giusto così, e fino a quando potrà durare. Chi ha responsabilità di governo dovrebbe stabilire una gerarchia di priorità, mettendo al primo posto tutte le misure in grado di produrre lavoro. Le famiglie hanno bisogno di serenità: per alcune di loro è difficile mettere assieme pranzo e cena.

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