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Mercoledì 22 Novembre 2017 | 17:39

L’appello di Natuzzi «Così si salva il salotto» Leggi la lettera

Una lettera aperta dell'imprenditore pugliese alla gente della sua terra. Fare impresa al Sud significa partire con il punteggio di 0-2 nella partita dello sviluppo, nonostante ciò, il Sud ha prodotto autentici miracoli
L’appello di Natuzzi «Così si salva il salotto» Leggi la lettera
Fare impresa al Sud significa partire con il punteggio di 0-2 nella partita dello sviluppo. Infrastrutture materiali e immateriali insufficienti: dai treni alle strade, dalla tecnologia alle burocrazia (più lentocratica rispetto al Nord). Nonostante ciò, il Sud ha prodotto autentici miracoli, chiamati distretti. Il più rinomato era il distretto del salotto, cresciuto per decenni attorno alla figura di Pasquale Natuzzi, l’uomo che ha messo l’Italia, l’Europa e il mondo a sedere con u n’idea vincente come la penicillina: democratizzare il divano in pelle, portare il lusso a portata di tutti. Attorno al miracolo Natuzzi, a cavallo tra la Puglia e la Basilicata, è fiorita una filiera di imprese, in grado di farsi strada non soltanto in Italia.

Ma alle soglie del Duemila, lo stesso Natuzzi, proprio su queste colonne, quando nessuno osava immaginare la tempesta imminente, lanciò il primo grido d’allarme: se non si cambia registro, se non si fa squadra assieme, se non si investe nella politica del brand, se non si creano incentivi agli investimenti pubblicitari del salotto italiano, il distretto murgiano nel giro di pochi anni si trasformerà in un cimitero di aziende, nell’ennesima occasione mancata. Mai previsione si rivelò così azzeccata. Natuzzi, nel 2000 iniziò a combattre contro la congiuntura avversa investendo soldi e idee nella creazione della marca Natuzzi. Meno male. Altrimenti la concorrenza dei divani asiatici, l’alta quotazione dell’Euro, la bassa quotazione della moneta cinese e la crisi economica avrebbero assestato un colpo ancora più duro al salotto di Puglia e Basilicata e alla stessa Natuzzi.

Molte imprese si sono difese delocalizzando (compresa la Natuzzi), ma questa autodifesa non è stata risolutiva. Il calo dei fatturati è proseguito inesorabilmente. La competizione dei Paesi con un minor costo del lavoro e con una minore rigidità contrattuale in materia di lavoro ha completato lo scenario negativo. Ma Natuzzi, quotato alla Borsa di New York, non è tipo da arrendersi. Resistendo anche alle sirene di chi gli suggeriva di delocalizzare l’intero Gruppo, ha scelto di rimanere e continuare a combattere nel suo territorio, anche se il numero dei suoi collaboratori ha ripreso a calare. Nulla da fare, quindi, per la ripresa del Gruppo? Per temperamento Natuzzi è un ottimista, altrimenti non avrebbe potuto fare l’imprenditore.
L’imprenditore di Santeramo è sempre convinto di farcela, di vincere la sua battaglia contro la crisi del settore. E qualche spiraglio di luce forse si comincia a vedere in fondo al tunnel, se nella lettera, inviata tramite la Gazzetta alla gente della sua terra, egli sottolinea i «primi dati positivi» del Piano industriale varato dall’azienda nel febbraio 2014. Con una postilla però. Anzi, con una condizione.

Eccola. «Il lungo cammino intrapreso quattordici anni - scrive Natuzzi - fa ci sta portando verso quei risultati che tutti noi asuspichiamo, ma l’ultimo miglio è durissimo e non possiamo percorrerlo da soli. Abbiamo bisogno di sentire attorno a noi la vicinanza del territorio, la fiducia delle banche, la responsabilità dei politici e dei sindacati, l’affetto della nostra gente».
In sintesi: quello di Natuzzi è un appello alle istituzioni, affinché non girino la testa dall’altra parte. Il salotto della Murgia può tornare a volare solo se il concetto di fare squadra o fare sistema non dovesse restare una frase a effetto.

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