Cerca

Sabato 18 Novembre 2017 | 22:09

La bici vegetale ultima anima della «Gazzetta»

di ALBERTO SELVAGGI
Singolare come le favole. È una storia nostra che è giusto raccontarvi. Quella di un cimelio che è morto e che vive, che sente e non sente, ascolta e non concede che il suono possa portarle la vita. È uno, ed è due. È frutto d’amore, se vogliamo vederla così; questa bici rampicante della Gazzetta, l’unica anima che dal palazzo che ancora ci ospita non potremo mai portare via
La bici vegetale ultima anima della «Gazzetta»
di ALBERTO SELVAGGI

Singolare come le favole. È una storia nostra che è giusto raccontarvi. Quella di un cimelio che è morto e che vive, che sente e non sente, ascolta e non concede che il suono possa portarle la vita. È uno, ed è due. È frutto d’amore, se vogliamo vederla così; questa bici rampicante della Gazzetta, l’unica anima che dal palazzo che ancora ci ospita non potremo mai portare via. Un giorno acuto di uno stupido inverno la nostra Clara Specchia si portò al giornale, come da un anno almeno, pedalando sul telaio giallo di questa Cascella. Nel triangolo vuoto stava impettita perfino una borraccia stretta in una gabbia nera, come una donna cannone pronta a lasciarsi catapultare nel cielo.

Eppure, alla sera, una mano, o due mani, o tre portarono via la sella dal mezzo, là, anzi, qui nel cortile posteriore di via Gorjux, dal quale accede la maggioranza dei dipendenti. Clara rincasò a piedi masticando gomme di imprecazioni tra i denti. Qualcosa si ruppe fra lei e la sua puledra incolpevole. E non si ricostituì neppure quando una, o due, o tre mani o trenta le fecero ritrovare avvitato un sellino più squallido di quello che c’era. Chiedete a Dio perché, da soli è difficile comprendersi.

Così la bici restò dov’era, ancorata con una catena alla cancellata che chiude i generatori giganti quanto due o tre casette. Fu allora che la natura mostrò la sua meraviglia. Scegliendo lo strumento di locomozione più verde. Guidò la volontà nel pensiero di una pianta già forte, salda nei suoi tralci terribili, vorace come un piranha, superba e liscia come una amante fatta di linfa. La vite americana che si estendeva sull’ar monia della disarmonia nella mezzombra della tettoia sullo spiazzo dove riposano i bolidi e i Suv dell’azienda. Era già a un dipresso da quell’assemblato di pedali, di gomma, di plastica e ferro dipinto di sole marcito degli espressionisti. Senza dubbio, anche se abbiamo certezza che le piante avvertono, gemono quanto i malati che si avvicinano a Dio, la vite a strisce e a stelle non sapeva ancora di che pasto si sarebbe nutrita, quale amore avrebbe vissuto, chi fosse insomma quell’essere espurgato dall’esistente col quale si sarebbe unita.

E così, ansimando, trasudando gocce che brillano, nell’orgasmo che ci unisce tutti al cosmo, fissando lo sguardo nel meraviglioso giardino della nostra anima che è la strada di comprensione e comunione nell’infinito, estendendo le lunghe gambe di femmina come rami sottili, allungando le braccia nei viticci corollati di ventose umide come labbra che stringono, la abbrancò, dalle ruote, per i mozzi nella risalita, lungo i parafanghi distendendo le cellulosiche pelvi, il fanale, e il campanello perfino, e i raggi, uno per uno sì, e il manubrio, manopole, e sella, e la catena blu stessa che imprigiona la sua unica vittima, così che non fosse più possibile distinguere chi fosse vite, e in vita, e chi fosse una bici Cascella, gialla, da grande magazzino, senz’occhi, né volontà per patire o gioire. Gonfiandosi nello splendore dell’abbraccio verdissimo da maggio a settembre. Gridando l’amore rampicante del mondo, nell’infoltirsi delle infiorescenze nutrimento degli uccelli. Imbrunendosi di scarlatto, e spogliandosi dei ricordi fogliari pentalobati nell’autunno che latitava fino a ieri ai confini delle stagioni e del tempo, come in questo primo inverno, ed è così, nostri amati Lettori, nostri Lettori indimenticabili, che nacque la bici rampicante, la bicicletta vegetale, unica, sola, stupenda sulla faccia dell’asfalto della terra.

È così che, adesso che andremo via di qui per un’altra sede, adesso che lasceremo all’eternità dei ricordi questo grande palazzo di sette piani, quattro in cielo e tre sottoterra, resterà sempre, nostra unica anima, l’anima verde della Gazzetta.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Altri articoli dalla sezione