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Lunedì 20 Novembre 2017 | 01:28

Carcere, lavoro e famiglia le strade infinite della Caritas diocesana

di GIANLUIGI DE VITO
BARI - Don Vito Piccinonna (foto), bitontino, 37 anni, ha pedigree di rispetto, maturato come assistente nazionale dei giovani dell’Azione cattolica. È superpresente negli uffici del quartiere generale della Caritas diocesana, a Barivecchia. È il direttore, non può che essere lì. Ma più che una presenza costante gli si chiede di mettere la nave col vento in poppa. Perché fuori, in città e nell’area metropolitana, le pance vuote sono malessere che cresce
Carcere, lavoro e famiglia le strade infinite della Caritas diocesana
di Gianluigi De Vito

BARI - Nino è un fiume in piena. È divorato dall’angoscia. Fatica a sedare il cuore irrequieto. Ma le parole d’aiuto scorrono. Nonostante il groppo in gola. Nino di cognome fa Roncone. Di anni ne ha 53 anni, e di mestiere fa l’«ex». Ex barman. Ex cameriere. Ex gestore di bar. Ex ristoratore. Ex pizzaiolo, bracierista, panzerottaio. Era tanto, è ridotto a poco.

I primi cinque minuti di racconto sono sui cieli stellati del successo: «Lavoro da quando avevo undici anni. Negli Anni Novanta ho avuto un bar in centro da dove è passata mezza Bari-bene». Poi la prima botta, per aver fatto il passo più lungo della gamba. «Mi sono ripreso. Ho preso in gestione, sempre in centro, un ristorante conosciuto. La crisi mi ha collassato». Gli altri venti minuti di sfogo sono una discesa negli abissi, un film di imbarazzi e vergogne. «Dopo l’estate del 2011 sono passato da un fatturato di 50mila a 3 mila euro al mese».

La voce si fa insicura e il volto scuro: «Per i debiti con i fornitori pagavo avvocati che rinnovavano cambiali con interessi su interessi piuttosto che propormi piani di rientro. Pagavo commercialisti che non mi hanno mai messo in guardia dai rischi. Ho sbagliato, certo, ad acquistare macchinari che non potevo permettermi. Ma quando le cose andavano bene, avevo tutti attorno. Appena sono finito nei guai sono spariti tutti. Ho insegnato il mestiere a un esercito di persone. Adesso tiro avanti sperando che qualcuno mi chiami a fare la giornata. Quando avevo il bar mi proposero di gestire una casa d’appuntamento. Qualche mese fa mi hanno chiesto di aprire un locale di videoslot».

E il mai è ripetuto tre volte: «Non ho ceduto, mai. Mai. Mai. Anche se mi fa male non poter portare la spesa a casa o comprare il computer a mio figlio che studia».

SOLITUDINI RUMOROSE  - Il lungomare di Fesca, a pochi passi dalla casa in affitto, dove vive da trent’anni con moglie e due figli, è sferzato dal maestrale. Rino alza il bavero del giubbotto in pelle, avuto di seconda mano da un parente e che chiude una camicia acquistata tre anni fa: «Ho lo sfratto esecutivo. Senza la Caritas sarei già in mezzo alla strada, dopo trent’anni pagati tutti regolarmente ogni mese». La linea luminosa del volto non si spegne: «Ogni giorno giro bar, locali e ristoranti. Accetto qualsiasi proposta. Ma mi chiamano per uno, due, al massimo tre volte a settimana. Non mi arrendo. Sono dalla mattina alla sera in giro per la città. I bar sono a gestione familiare e cercano ragazzi da sottopagare. I ristoranti mi conoscono e sanno che sono un cameriere esperto, ma mi chiamano solo quando hanno più prenotazioni».

E la voce torna incrinarsi: «Non avrei mai avuto il coraggio di chiedere aiuto. È mia madre che si è rivolta alla Caritas. Mi pagano qualche bolletta. Sono riusciti a farmi ottenere una proroga dello sfratto. Sarei spacciato senza quell’aiuto. Ma senza un lavoro sarà comunque la fine».Rino non è un caso. È fragilità comune. È solitudine rumorosa di periferia. Che si moltiplica ogni giorno dappertutto. E che bussa al Dio compagno di strada degli ultimi. La porta si apre. Perché c’è una Chiesa che nel supermercato delle parole, dove c’è tutto e il contrario, trova la forza del gesto, del segno, senza i quali la parola sarebbe consegnata a un destino sterile di narcisismo o di burocrazia religiosa. È la Chiesa della Caritas, la costola della «carità» che riduce distanze, almeno ci prova, tra ciò che si predica e ciò che si realizza.

«Una distanza, in fondo, rimane, purtroppo. Il nostro impegno è diminuirla», sorride don Vito Piccinonna, da un anno al timone della Caritas di Bari-Bitonto: 126 parrocchie in un recinto metropolitano di 700mila abitanti di 23 comuni. Maniere accoglienti, risposte schiette, Piccinonna è figlio spirituale di don Vito Diana (1931-1996), uno che del «mestiere» di sacerdote metteva in cima l’opzione per gli ultimi della classe e il paradigma caro a un filoso barnabita, padre Giovanni Semeria: a fare del bene non si sbaglia mai.

Piccinonna, bitontino, 37 anni, ha pedigree di rispetto, maturato come assistente nazionale dei giovani dell’Azione cattolica. È superpresente negli uffici del quartiere generale della Caritas diocesana, a Barivecchia. È il direttore, non può che essere lì. Ma più che una presenza costante gli si chiede di mettere la nave col vento in poppa. Perché fuori, in città e nell’area metropolitana, le pance vuote sono malessere che cresce. Don Vito: «La solidarietà è fare la storia. Significa far crescere e creare segni di apertura verso tutti, costruire ponti di dialogo con tutte le culture presenti nel territorio. E significa passare dal gesto a uno stile di vita, che è la sfida più grande. Una sfida educativa che sentiamo come debito verso le nuove generazioni, ieri, sole perché senza madri, oggi sole perché anche senza padri».

LA CARITA' NON È UN OPTIONAL - La traduzione della Caritas targata Piccinonna è in una riorganizzazione profonda. A parte il dormitorio per i senza fissa dimora, per il quale è stato coinvolto il diacono permanente Raffaele De Pasquale, e le mense (coordinate da Decio Minunno), Piccinonna ha voluto una squadra a tutto campo. L’area legale si occupa di emergenza abitativa, sfratti, disagio lavorativo, cure mediche. La coordina Orazio Zaccheo: su 60 casi di sfratti ne ha bloccati 45, compreso quello di Roncone. Cecilia Greco ha la lente su famiglie e minori; Giacoma Zaccaro quella sui migranti.

Nell’ufficio di coordinamento e segreteria c’è un’assistente sociale, Giovanna Di Mucci. I numeri di un anno dell’era Piccinonna incoraggiano: 120mila euro per 1040 casi (affitti, utenze, medicinali, perfino per riparare automobili indispensabili a riavviare il lavoro). Don Vito: «La carità è un comandamento, non un optional». Ma va declinata senza rese né sbavature. A ottobre è partito il primo anno del percorso diocesano di formazione per gli operatori delle Caritas parrocchiali, percorso che si chiuderà il 30 maggio: 380 operatori di 80 parrocchie una volta al mese si ritrovano per capire meglio e sapere di più (infotel: 080 5237311).Piccinonna: «I pericoli sono l’autoreferenzialità e l’assistenzialismo. Un operatore Caritas deve essere all’altezza della situazione, saperli evitare e animare tutta la comunità nel territorio».

La parola d’ordine è creare reti che camminino con gambe proprie. E in collaborazione con tre associazioni, «Insieme per ricominciare» (guidata da Annamaria Gislachi), «Fratello lupo» (Benedetta Tagarelli) e Arca dell’Allenza (Anna Mariella), Caritas ha organizzato otto incontri (l’ultimo a febbraio) su «Mai senza l’Altro», corso di formazione per operatori volontari in carcere (infotel: 348 9275258). Martedì 16 toccherà alla presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bari, Maria Giuseppina D’Addetta, formare i volontari su ordinamento penitenziario ed esecuzione esterna della pena. Viaggiare informati per agire. Perché se le idee non sono azioni, sono vuote.

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