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Martedì 21 Novembre 2017 | 00:13

Colletti bianchi assolti al processo «Domino 2» «Procura ondivaga»

BARI – "Atteggiamento ondivago dell’accusa", "incongruenze accusatorie" e "incertezza di fondo" avrebbero caratterizzato l’indagine sui colletti bianchi, avvocati e funzionari di banca coinvolti nel procedimento 'Domino 2', e assolti "perchè il fatto non sussiste" lo scorso 26 settembre. Nelle motivazioni, il gup Rosa Anna Depalo ripercorre l’intera vicenda della realizzazione di un campus universitario a Valenzano
Colletti bianchi assolti al processo «Domino 2» «Procura ondivaga»
BARI – "Atteggiamento ondivago dell’accusa", "incongruenze accusatorie" e "incertezza di fondo" avrebbero caratterizzato l’indagine sui colletti bianchi, avvocati e funzionari di banca coinvolti nel procedimento 'Domino 2', e assolti "perchè il fatto non sussiste" lo scorso 26 settembre. Nelle motivazioni, il gup Rosa Anna Depalo ripercorre l’intera vicenda della realizzazione di un campus universitario a Valenzano.

Secondo le indagini dell’allora pm Antimafia di Bari Elisabetta Pugliese, oggi alla Dna, i tre avvocati baresi Gianni Di Cagno, Giacomo Porcelli e Onofrio Sisto "in concorso tra loro aiutavano Michele Labellarte", imprenditore deceduto, ritenuto dagli inquirenti il cassiere del clan Parisi di Bari (in qualità di legali della società Uniedil a lui riconducibile, che aveva acquistato i terreni per il campus, ndr), mentre sei direttori di banca – Salvatore Biscozzi, Pierfrancesco Lovecchio, Domenico Perrone, Beniamino Piombarolo, Gaetano Antonio Barone e Andrea Maccagni – avrebbero consentito a Labellarte di aprire conti correnti "fittiziamente intestati a prestanome" di cui si sarebbe servito "per occultare la reale titolarità delle somme di denaro".

Accuse, però, prive di fondamento secondo il giudice ma anche per il procuratore aggiunto Pasquale Drago, che ha ereditato il fascicolo e che aveva chiesto l’assoluzione. "Le imputazioni - scrive il giudice – risentono della costante oscillazione dell’organo requirente tra due ipotesi": che i soldi investiti per il campus derivassero dalla bancarotta fraudolenta di una società di Labellarte risalente alla fine degli anni '90 oppure che fossero il risultato di operazioni di ripulitura delle risorse economiche – sei miliardi di vecchie lire – affidate nel 2003 a Labellarte dai capiclan Savino Parisi e Angelo Michele Stramaglia (ucciso nel marzo 2009).

Nella ricostruzione dei fatti, il giudice ricorda la vicenda che coinvolge Emanuele Degennaro, rettore della Lum, indagato dalla Procura di Bari in un altro procedimento per concorso in riciclaggio insieme al boss di Japigia Savinuccio Parisi e ad un prestanome di Labellarte perchè avrebbe aiutato a ripulire, secondo gli inquirenti, quei sei miliardi di lire del clan. Sulla provenienza e destinazione del denaro, insomma, "l'accusa - conclude il gup – non ha e non offre certezze", formulando "ipotesi accusatorie modificate nel corso del tempo".

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