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Domenica 19 Novembre 2017 | 09:39

Torna l’allarme racket nella provincia di Bari

di CARMELA FORMICOLA E FRANCO PETRELLI
BARI - Una pizzeria distrutta dal fuoco e mai più riaperta in via Camillo Rosalba. Dopo una settimana un altro bar in fiamme, a San Girolamo. E dieci giorni dopo un locale devastato da un incendio a Sannicandro. Il tutto si consumava nel 2013, un episodio dietro l’altro, senza sosta. Ma le cose, a distanza di un anno, non sembrano affatto cambiate: sale giochi, bar, locali, negozi, carrozzerie, mercati, aziende, capannoni. La devastazione di numerose attività commerciali, interpretata nella sua ripetitività, lascia spazio a pochi equivoci
Torna l’allarme racket nella provincia di Bari
di Carmela Formicola e Franco Petrelli

BARI - Una pizzeria distrutta dal fuoco e mai più riaperta in via Camillo Rosalba. Dopo una settimana un altro bar in fiamme, a San Girolamo. E dieci giorni dopo un locale devastato da un incendio a Sannicandro. Il tutto si consumava nel 2013, un episodio dietro l’altro, senza sosta. Ma le cose, a distanza di un anno, non sembrano affatto cambiate: sale giochi, bar, locali, negozi, carrozzerie, mercati, aziende, capannoni. La devastazione di numerose attività commerciali, interpretata nella sua ripetitività, lascia spazio a pochi equivoci. Incidenti e coincidenze non combaciano con la lettura dei fenomeni criminali. E con l’avvicinarsi del periodo natalizio certi episodi sono sinistramente destinati a peggiorare perché il racket non è solo uno degli affari del crimine organizzato, è anche una fonte di sostentamento per gruppi più o meno grandi, per famiglie malavitose, per chi ha da mantenere padri, mariti, figli chiusi in carcere.

L’antimafia - La Direzione distrettuale antimafia tempo fa intercettò la lettera di un boss di Barivecchia che a uno dei suoi uomini sollecitava l’avvio della «questa natalizia». Commercianti e imprenditori sanno che in questo periodo si paga e basta: qualcuno versa soldi, qualcun altro consegna cibo e merce varia ai «picciotti» che vanno a bussare. Quindi è evidente che la pressione estorsiva sta per tornare a schiacciare l’economia cittadina e dell’hinterland, già sufficientemente logore.

Le «tariffe» - Ma quanto si paga? Dipende. Un collaboratore di giustizia, tal «Ciccio», riferisce agli inquirenti di aver preteso e ottenuto da un commerciante di San Girolamo 250 euro la sera e 250 euro la mattina dopo. Nè esiste una precisa cadenza temporale per andare a taglieggiare ristoratori o esercenti: vengono lasciati in pace per alcuni mesi poi, all’occorrenza, gli si chiede soldi a distanza di 15 giorni. 

I cantieri edili - Agli imprenditori impegnati nei cantieri edili si chiede invece molto di più, 800/1.000 euro al mese. Li si ossessiona con decine e decine di telefonate. Talvolta l’assedio psicologico è perfino più sfibrante ed efficace dell’esplosivo o del fuoco.Quanto al fuoco, da sempre, ma soprattutto negli ultimi due anni, è il linguaggio imperativo del racket per eccellenza. Talvolta danneggia, talvolta distrugge, soprattutto porta il messaggio al destinatario. Nessuno mai ammette di aver ricevuto richieste di denaro o offerte di «protezione» prima dell’incendio.

Quando arriva la telefonata - Ma le ragioni sono state ben spiegate dal titolare di un negozio di calzature che, senza indugi, dopo aver avuto la prima telefonata di minacce, si rivolse ai carabinieri. «Mi avevano messo la bomba al negozio a dicembre. A gennaio squilla il cellulare e sento gridare in dialetto barese “Addà paga’”. E si chiuse la telefonata». Il commerciante racconta lo stillicidio delle telefonate successive, una dopo l’altra, senza alcuna richiesta di denaro, solo questo grido, questo insulto, questa violenza: «Addà paga’». Così per mesi, in uno stato continuo di tensione fino all’arrivo della richiesta vera. L’uomo è riuscito a far arrestare i suoi estorsori, perché ogni storia insegna che denunciare comunque conviene. Che la paura la si spegne con la richiesta d’aiuto.

L’aiuto chiesto al boss - C’è anche chi l’aiuto lo chiede al Boss. E a Bari, in certi ambienti, l’unico boss al quale ci si può rivolgere come alla manna celeste è Savinuccio Parisi. Giovanni Guerra, imprenditore divenuto testimone di giustizia, ha raccontato dello stato di totale annientamento mentale ed economico nel quale era sprofondato a causa di certi personaggi di Japigia ai quali pagava il pizzo regolarmente. Il gip Roberto Oliveri del Castillo, nell’ordinanza di arresto degli estorsori, scrive tra l’altro: «Dal racconto del Guerra si evince in modo plastico ed evidente la morsa usuraria ed estorsiva nella quale questi e i suoi familiari sono stati stritolati per anni dagli indagati, che non hanno nemmeno bisogno di minacce fisiche e materiali per terrorizzare le vittime, essendo sufficiente “l’alzare la voce” o l'atteggiamento tenuto, unitamente alla caratura criminale che li caratterizza, che dì per sè è in grado di sviluppare l'efficacia intimidatoria richiesta dalla norma».
Guerra è allo stremo. Allora chiede aiuto a Savinuccio, che ìncontra (in uno dei rari periodi nei quali il boss è fuori dal carcere) dalle parti di Torre a Mare. Difatti Parisi «gli risolve la situazione». L’imprenditore - lo confesserà anche ai magistrati che lo interrogano - torna a respirare. Ma per Savinuccio si riaprono le porte del carcere. E quelli, i suoi aguzzini, ritornano alla carica. Alla fine sarà la magistratura a mettere fine alla situazione, riuscendo ad arrestare gli estorsori.

I quartieri caldi - Le zone calde della città rimangono San Girolamo e Japigia, anche se negli ultimi tempi gli investigatori hanno acceso i riflettori su Madonnella, dove l’aria sembra particolarmente tesa. In provincia le condizioni di lavoro di imprenditori, artigiani e commercianti non sono migliori e il racconto si salda alla piaga dell’usura, all’aiuto che gli operatori economici sono costretti a chiedere altrove laddove le banche sbattono le porte.

La Guardia di Finanza, nel corso di indagini avviate ad Acquaviva dopo la denuncia di un imprenditore, arrivò a ipotizzare l’esistenza di uno «sportello fantasma» al quale ricorrere non riuscendo a ottenere prestiti bancari. L’inchiesta coordinata dalla Procura ricostruì come a fronte di un finanziamento, per esempio di 50 milioni di lire, si pretendeva il pagamento di un interesse di 70-80 mila lire al mese per ogni milione. Peccato che quel fascicolo si è risolto in un nulla di fatto.

L’usura - L’usura è un reato più difficile da dimostrare, è un fenomeno viscido, antico e il rapporto tra vittima e carnefice si impasta diabolicamente. Pochissime le sentenze di condanna pronunciate dai giudici del distretto barese, e tutti sappiamo viceversa quanto l’usura sia storicamente radicata a Bari e in provincia. Sulle estorsioni, invece, magistratura e forze di polizia stanno ottenendo risultati migliori. Di Cosola, Lorusso, Stramaglia, Palermiti: sono solo alcuni dei gruppi raggiunti da ordinanze di custodia cautelare, fermati dalla legge nell’aggressione all’economia sana della città e della provincia. Ma il mostro è sempre in agguato. Prepariamoci a combatterlo.

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