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Sabato 25 Novembre 2017 | 04:49

Il grido di dolore «Qui al Redentore una giungla quotidiana»

di VALENTINO SGARAMELLA
BARI - «Al quartiere Libertà esiste il crimine. Ma bisogna porsi la domanda: perché si arriva a delinquere? Assisto a tanti episodi di violenza in cui l’uno deve dimostrare all’altro di essere il più forte. Ma qui si ruba anche per necessità. In tanti dicono “Non riesco a trovare da mangiare. E allora delinquo”». Don Mario Sangiovanni è un uomo molto forte, da tre anni è il parroco della chiesa del Redentore (mura imbrattate nel quartiere, foto Luca Turi)
Il grido di dolore «Qui al Redentore una giungla quotidiana»
di VALENTINO SGARAMELLA

BARI - «Al quartiere Libertà esiste il crimine. Ma bisogna porsi la domanda: perché si arriva a delinquere? Assisto a tanti episodi di violenza in cui l’uno deve dimostrare all’altro di essere il più forte. Ma qui si ruba anche per necessità. In tanti dicono “Non riesco a trovare da mangiare. E allora delinquo. Devo vivere, altrimenti ci gettiamo dalla finestra”». Don Mario Sangiovanni è un uomo molto forte. Parla senza interruzioni con molta energia. Da tre anni ed un mese, come precisa egli stesso, è parroco alla Chiesa del Redentore. Un edificio immenso che sembra vigilare, in fondo a via Crisanzio. Siamo nel cuore del quartiere Libertà. Un rione difficile. Qui è stata uccisa, a ottobre 2013, la psichiatra Paola Labriola. Qui ad agosto scorso fu ucciso per futili motivi un giovane albanese.

Don Mario proviene dal Salerno: «Una realtà competitiva come quella di Bari ma appena più serena e tranquilla; conosco la realtà di Andria, Brindisi dove sono stato per 9 anni e quella di Potenza». Poi aggiunge a difesa del suo quartiere: «Non solo al Libertà sono in aumento risse e sparatorie. Leggendo la Gazzetta, scopro che a Poggiofranco, a San Paolo, Bari vecchia e Iapigia accadono cose simili».

Non c’è nemmeno più il tempo di esaminare le cause. I problemi sono molti e grandi. «Nelle famiglie – dice il parroco - manca ormai l’elemento essenziale educativo». In questo quartiere tantissimi giovani dopo la terza media, non proseguono gli studi. «Oggi la scuola costa. Anche quella dello Stato. Nella mia comunità parrocchiale, il 70% delle famiglie è in stato di forte indigenza. E le istituzioni non si rendono conto di questa realtà» . Una foto senza ipocrisie del Libertà. «La gente non sa più dove andare a dormire. Vengono dal sacerdote per un supporto morale perché altro non possiamo dare».

Le leggi non bastano più. «Non sono comprese e non offrono alcun apporto di sicurezza a queste persone. Anzi, talora si traducono in batoste peggiori. Sono tre anni che evidenzio queste cose». Ed evidenzia che «sono tantissimi ad avere perso il lavoro. Io provengo da altri ambienti problematici, come la Campania. Ma alcune volte mi sembra che qui si respiri un’aria più pesante. A Salerno ricevevo da 3 a 5 telefonate al giorno con richieste di aiuto da parte degli anziani». A Bari nessuno chiede aiuto. «Mai una telefonata, un dato che parla da solo». I poveri ci sono, si arrangiano nel silenzio totale.

«Chi sta bene oggi – dice don Mario - si può permettere una badante da 700 euro al mese. Ma si fa fatica». Di fronte alla chiesa c’è un edificio scolastico. È il sesto circolo didattico «San Giovanni Bosco». Occupa un intero isolato tra via Martiri d’Otranto, via don Bosco, via Libertà e via Crisanzio. I muri in rosso pastello sono imbrattati da scritte. Tra le tante ve ne sono alcune inquietanti: «Vaffan... allo stato» oppure «se non puoi campare ruba» o ancora «figli di droga». E su tutte una scritta con vernice nera: «rione libertà», quasi a marcare un territorio off limits.

«Quando appresi della morte della psichiatra Paola Labriola – ricorda don Mario - caddi nel baratro più nero. Qui ci poniamo sempre delle domande. Le istituzioni sono puntuali?». La sua risposta: «Loro dicono di sì. L’esperienza dice il contrario». La vicenda dell’albanese ucciso lo emoziona profondamente. «Dove c’è un ragazzo ci siamo noi, i salesiani». Questo parroco molto forte nella tempra disegna una nuova figura di sacerdote all’altezza del tempo difficile che viviamo. «Oggi, il sacerdote non è chiamato a stare solo nella sacrestia. Un prete deve lottare sul versante sociale. Lottiamo per la salvezza dell’uomo. Respingiamo quanti ci ricacciano indietro dicendo: pensa a fare il prete». E aggiunge: «Oggi, essere prete significa portare salvezza all’uomo integrale».
Oggi, l’oratorio e centro giovanile sono il punto di riferimento in cui i giovani riscoprono «itinerari di cammino civile nel senso più bello della parola». Nell’istituto salesiano c’è una scuola di formazione professionale «a lungo luce di questo quartiere tanto che molti ancora dicono a Bari: io sono stato allievo e venivo a scuola da voi». Qui si insegna il giovane ad essere un bravo elettricista o meccanico, tecnico dei computer. «Ma serve una maggiore apertura perché i ragazzi vivano questa esperienza. Su 100 iscritti possiamo accoglierne solo 18».

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