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Sabato 25 Novembre 2017 | 05:11

La tranquilla ferocia del Sud nel nuovo romanzo di Lagioia

di OSCAR IARUSSI
BARI - «Il Sud è anche questo inganno, pensò Michele ferito dal sole, una parte più grande del tutto che dovrebbe contenerla». Non v’è orgoglio meridiano nel nuovo romanzo di Nicola Lagioia (foto), quarantenne barese da molti anni a Roma, dove è anche impegnato nel lavoro editoriale con Minimum Fax e a Radio Rai in qualità di mattiniero conduttore di Pagina 3. Titolo tagliente: La ferocia
La tranquilla ferocia del Sud nel nuovo romanzo di Lagioia
di OSCAR IARUSSI

BARI - «Il Sud è anche questo inganno, pensò Michele ferito dal sole, una parte più grande del tutto che dovrebbe contenerla». Non v’è orgoglio meridiano nel nuovo romanzo di Nicola Lagioia, quarantenne barese da molti anni a Roma, dove è anche impegnato nel lavoro editoriale con Minimum Fax e a Radio Rai in qualità di mattiniero conduttore di Pagina 3. Titolo tagliente: La ferocia. Il libro è ambientato in Puglia, gran parte nel capoluogo regionale, con incursioni nella Taranto dell’Ilva e del Petrolchimico o nel Gargano non meno avvelenato - nel testo - da rifiuti e liquami tossici (Einaudi ed., pagg. 418, euro 19,50).

Il Sud di Lagioia è il sentimento di una sconfitta ineluttabile che tuttavia non riguarda solo i meridionali. La Puglia, già centrale in Occidente per principianti (2004) e in Riportando tutto a casa (2009), più che uno scenario o una location, come suol dirsi ormai finanche delle case in cui abitiamo, è una ribalta di ombre ben più lunghe dei campanili. Il Sud è una sorta di «destino» da tragedia greca o da film Western/Eastern cui è vano provare a sottrarsi, è un disegno che trascende le singole vite in gioco e il formicaio degli incroci esistenziali.

Una forma di rivolta si intravede nella follia e nella follia sconfina, come nel caso del personaggio di Michele Salvemini. O lampeggia nella perdizione di Clara, sorellastra di Michele, una splendida trentaseienne «completamente nuda e ricoperta di sangue», che nottetempo barcolla «nel centro esatto della carreggiata» lungo la Statale 100 Bari-Taranto, verso una tragica fine che è il principio di tutto. Prologo un po’ alla Twin Peaks... Ma davvero Clara si è uccisa?

In La ferocia siamo lontani dal Sud criminogeno di quanti (troppi) lo identificano tout court con Gomorra. Né il «familismo amorale» riserva l’esclusiva dimensione sociologica del classico studio di Banfield: lo scarso senso civico, il primato dei vincoli parentali, perciò l’arretratezza e la corruzione. Per La ferocia, caso mai, potremmo parlare di amoralismo familiare. Qui urlano gli istinti primordiali e, simbolicamente, le figure mitiche di chi uccide o divora i congiunti (Medea, Saturno). Qui riecheggiano le voci del sangue all’opera ogni giorno fra le mura domestiche, impercettibili perché ne siamo inconsapevoli, ma vivide e costanti nel corso del tempo.

È un romanzo «antropologico», questo di Lagioia, che sconfina con qualche compiacimento nell’etologia comparata: l’umanità è animale, siamo selvaggi. Uccelli, insetti, topi, fiere sono ovunque (torna in mente Tempo di uccidere di Flaiano del 1947). Un gatto amatissimo da Michele e la tigre in un giardino dipinta da Guttuso sono marcature cruciali in una drammaturgia complessa come non si vedeva da tempo nella narrativa italiana. Lagioia riserva una scrittura tersa e una tensione rara verso l’opera dall’ampio respiro, la metafora mosaicata, la costruzione/decostruzione di un mondo, rispetto alle narrazioni ibride e tronche di molti suoi coetanei. La ferocia non lascia scampo, cattura il lettore con un andirivieni temporale e il sapiente montaggio «cinematografico» del passato e del presente, senza astenersi dall’«ardua predizione del futuro».

Bari, oggi. La famiglia Salvemini, dominata dal settantacinquenne Vittorio venuto dal nulla (e al nulla destinato), appartiene alla razza predona dei «palazzinari» che da decenni hanno le mani sulla città e la stritolano in una voluttuosa ragnatela di interessi condivisi con la politica, la sanità, l’università e l’informazione (ma la «Gazzetta» è citata in positivo). Il patriarca vorace e feroce subisce un duro colpo con la morte di Clara che invero è soltanto l’inizio del suo «autunno», ma fa in modo di occultarne le circostanze misteriose: per tutti sarà un «semplice» suicidio. Vittorio corrompe l’unico testimone di quella notte lungo la Statale 100, un automobilista finito fuori strada onde evitare di prendere in pieno la sagoma fantasmatica di Clara. In seguito all’incidente ha perso una gamba e verrà «risarcito» con un appartamento nel centro storico di Taranto.

Vittorio ha altri tre figli. Due con Annamaria, tipica signora-bene (leggi «male») che da giovane ha puntato sull’ascesa sociale del marito, perdonandogli i frequenti tradimenti. Il maggiore è Ruggero: oncologo cinquantenne, ha rinunciato a un futuro nella ricerca all’estero ed è tornato a Bari dove si è insediato ai vertici di un Istituto di cura. Ruggero fa i soldi a palate, passa informazioni riservate al padre che incrocia l’anagrafe dei malati di tumore con il registro delle «nude proprietà», e annega i residui rimpianti con la prostituta di turno.

La più piccola si chiama Gioia, una venticinquenne viziata e spregiudicata fino al punto di aprire un finto account Twitter a nome della sorella morta, @ClaraSalvemini, per «cinguettare» frasi farneticanti: «Tutti ti amano quando sei due metri sotto terra».

Poi c’è Michele, appunto, concepito da Vittorio con un’altra donna, morta durante il parto. È il «bastardo» accolto controvoglia da Annamaria. Michele solitario, strano, trasandato, svogliato a scuola eppure a suo modo geniale in matematica. Da adulto è finito a Roma dove scrive – di tanto in tanto – per il «Corriere della Sera» o «Ciak». Michele da sempre attaccatissimo a Clara: ancora adolescente, soffre quando lei si allontana. Crescendo dà di matto, viene internato durante il servizio di leva, langue sul confine tra nevrosi e schizofrenia. Michele, infine, sarà il protagonista di una autentica nemesi, rinnegando la famiglia e la sua classe sociale.

In La ferocia lui e Clara irradiano la stessa luce fredda, un algido orgoglio a mo’ di distanza siderea dal mondo in cui crescono e dei cui benefici godono. Clara si è sposata con Alberto, si droga, va a letto con chiunque, uomini molto più grandi di lei, maggiorenti baresi amici del padre, e da lui o da Alberto forse ricattati. Non conta. E conta relativamente poco lo svelamento del noir sulla fine della «magnifica preda».

Nel cielo sopra il Gargano e nelle aree del complesso turistico «Porto Allegro» la cui sorte legale può dannare o salvare i Salvemini, «un buon numero di pivieri iniziò a precipitare all’improvviso». Piccoli uccelli migratori e anche fenicotteri rosa nelle saline di Margherita di Savoia. Giù. «Morivano in volo. Uno dopo l’altro».

Vittime della nostra tranquilla ferocia, a Sud.

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