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Giovedì 23 Novembre 2017 | 08:45

Omicidio Labriola «L'imputato non ha vizi di mente»

BARI – “Vincenzo Poliseno è affetto da disturbo della personalità con prevalenti tratti borderline-antisociali”, ma “non emergono dati sufficienti a provare un vizio di mente, neppure parziale. Le attuali condizioni psichiche dell’imputato gli consentono di comprendere oggetto e contenuto delle imputazioni, oltre a consentirgli di argomentare circa le accuse che gli sono mosse”
Omicidio Labriola «L'imputato non ha vizi di mente»
BARI – “Vincenzo Poliseno è affetto da disturbo della personalità con prevalenti tratti borderline-antisociali”, ma “non emergono dati sufficienti a provare un vizio di mente, neppure parziale. Le attuali condizioni psichiche dell’imputato gli consentono di comprendere oggetto e contenuto delle imputazioni, oltre a consentirgli di argomentare circa le accuse che gli sono mosse”.

E’ quindi “in grado di partecipare coscientemente al processo”. Sono le conclusioni a cui giunge Roberto Catanesi, professore di psicopatologia forense dell’Università degli Studi di Bari, nominato come perito nel processo sull'omicidio della psichiatra barese Paola Labriola, uccisa con 70 coltellate da un paziente il 4 settembre 2013 nel suo ambulatorio nel Centro di salute mentale a Bari.

La perizia psichiatrica disposta dal gup Roberto Oliveri del Castillo dinanzi al quale si sta celebrando il processo con rito abbreviato, era stata richiesta dal difensore dell’imputato,  Filippo Castellaneta. Nella perizia, di cui si discuterà nell’udienza del prossimo 15 ottobre alla presenza del pm Baldo Pisani e della parte civile rappresentata dall’avv.Michele Laforgia, Catanesi ripercorre la storia clinica e personale dell’imputato.

“Io lo so che devo stare in carcere tanto tempo – dice Poliseno in uno dei colloqui clinici – è giusto che mi danno 30 anni di carcere, ma è meglio così altrimenti mi uccidevo...mi hanno salvato, potevo essere pericoloso per me...devo dire grazie al giudice, devo dire grazie che mi avete preso...fuori mi spavento, in carcere sto bene”.

Poliseno, nei giorni immediatamente precedenti il delitto, appare “ossessionato dal pensiero di suicidarsi” scrive Catanesi nella perizia, perchè “ero un fallito, non servivo più a niente. Mancava un gradino al suicidio”

Nella ricostruzione di quel giorno, il 45enne dice “di non ricordare nulla, come un black out”. “Ricorda solo il rumore di sirene, ambulanze e tante voci, una sopra all’altra, che dicevano tante cose, come il rumore del luna park”, e “dice di averla colpita senza sapere perchè”. “Non so perchè l’ho ammazzata – spiega – magari pensavo che era stata lei a rovinarmi con tutte quelle medicine che mi aveva dato”. Nelle sue parole “mai rammarico, ripensamento sull'uccisione della dottoressa – sottolinea il perito – mai un dispiacere, un pensiero per la donna o per la sua famiglia”.

 “Dopo che l’ho uccisa – racconta Poliseno – la volevo svegliare, ho avuto un vuoto, non mi rendevo conto neanche che ero in carcere...pensavo di colpire un pupazzetto...come quando giocavo con Nicola (il fratello morto suicida all’età di 15 anni, ndr)”.

Catanesi descrive un uomo dallo “sguardo immobile, a tratti severo, cupo, quasi torvo” in un continuo “oscillare fra ripiegamento depressivo e vissuti di risentimento”. “Non è il profilo di un soggetto affetto da pregressi o rilevanti disturbi mentali – conclude il perito – quanto piuttosto un individuo con una complicata storia personale, punteggiata di comportamenti antisociali”, il profilo “di una persona con un disturbo della personalità, di cui il consumo di stupefacenti è da considerarsi parte integrante”.

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