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Sabato 18 Novembre 2017 | 16:44

Mastromauro: «Ai miei dipendenti 300 euro in più»

di MARCO MANGANO
«Lo scorso anno ogni mio dipendente ha percepito quasi 300 euro in più in busta paga». Così Margherita Mastromauro, direttrice generale del Pastificio Riscossa Spa, di Corato, 45 chilometri a Nord di Bari, 44 anni, sposata, una figlia di tre anni. Terminato il mandato parlamentare come deputato del Pd, è stata invitata dalla Confindustria di Bari al Consiglio generale
Mastromauro: «Ai miei dipendenti 300 euro in più»
di MARCO MANGANO

«Lo scorso anno ogni mio dipendente ha percepito quasi 300 euro in più in busta paga». Così Margherita Mastromauro, direttrice generale del Pastificio Riscossa Spa, di Corato, 45 chilometri a Nord di Bari, 44 anni, sposata, una figlia di tre anni. Terminato il mandato parlamentare come deputato del Pd, è stata invitata dalla Confindustria di Bari al Consiglio generale.

Per la sua azienda, i contratti premiali non sono una novità.

«È da molti anni che il Pastificio Riscossa utilizza la contrattazione di secondo livello, definendo dei premi ad obiettivi».

Qual è lo sforzo supplementare richiesto ai lavoratori?

«Di non fermarsi nel fine settimana. Ogni lavoratore, quindi, lavora sei giorni ogni otto a rotazione su tre turni e nel fine settimana, come ho detto. Vengono, è chiaro, rispettati i riposi obbligatori previsti dal contratto».

Vantaggi solo per i lavoratori?

«No. Il dipendente aumenta il suo reddito e l’azienda la sua produttività».

Quanti suoi lavoratori hanno beneficiato degli 80 euro mensili di Renzi?

«Siamo sotto il 10%. Lo Stato deve favorire di più le imprese e per mezzo di esse i lavoratori: raggiungerebbe obiettivi molto più ambiziosi».

Il macigno della pressione fiscale.

«Scontato dire che la pressione fiscale per le imprese sia eccessiva. Siamo arrivati al 55% di imposte sul reddito di esercizio e ad un costo del lavoro maggiorato del 36% solo per gli oneri sociali. Una pressione fiscale che, peraltro, serve a sostenere una macchina burocratica assurda e costosa che non facilita il lavoro degli imprenditori ma lo scoraggia e lo intralcia pesantemente. L’Italia cambierà quando per realizzare un investimento per l’aumento di capacità produttiva, come quello da noi oggi in atto, che si effettua tranquillamente in sei mesi, non occorreranno più oltre quattro anni per esaurire i procedimenti autorizzativi».

Che conseguenze avrà l’embargo russo sui prodotti agroalimentari italiani deciso in ritorsione alle sanzioni alla Russia per l’invasione dell’Ucraina?

«L’embargo rappresenta un grave danno per la nostra economia. Purtroppo, in queste circostanze si evince quanto siamo fragili. Il nostro primato nell’export del made in Italy, apprezzato in tutto il mondo, rende efficaci le sanzioni commerciali. Per fortuna la pasta non è oggi inclusa tra i prodotti soggetti a embargo. Ma lo sono molti prodotti agricoli, in particolare quelli ortofrutticoli, per un valore stimato di 163 milioni di euro su circa 700 milioni, rappresentati dall’export totale. Un danno comunque rilevante».

Oltre alla recessione, anche la deflazione: l’Italia arranca. Che fare?

«Occorrono azioni forti. È finito il tempo dei piccoli passi. Ma conoscendo un po’ il funzionamento delle istituzioni e le logiche interne, ho seri dubbi sul fatto che si possano ottenere svolte in tempi brevi».

Veniamo all’Unione europea. La considera madre o matrigna?

«L’Unione europea è un sogno che vale la pena di perseguire. Ma occorre lavorare efficacemente affinché non diventi qualcosa di diverso rispetto a ciò che i padri costituenti avevano immaginato. Vi deve essere sempre un equilibrio tra gli oneri e i vantaggi che essa procura. Un equilibrio a mio parere non ancora trovato».

L’euro ha procurato vantaggi o penalizzazioni per l’economia italiana?

«Non mi porrei più questa domanda. Certo, se l’economia non cresce la percezione del cambio da lira in euro sarà sempre quella di un grande svantaggio».

La sua azienda utilizza grano pugliese?

«Si approvigiona di semole di grano duro di qualità prodotte in Puglia con grani prevalentemente pugliesi. Preciso, tuttavia, che più che sull’origine dei grani, che pure è un elemento di orgoglio della nostra regione, noi chiediamo ai fornitori garanzie sul rispetto di capitolati rigidi sia dal punto di vista della qualità del prodotto sia da quello della sicurezza alimentare».

Qual è la produzione?

«È in media di seicentomila quintali di pasta all’anno».

Quanto esportate? E quali mercati intendete conquistare?

«Esportiamo circa il 60% dei prodotti. Storica la presenza in Europa, ma cerchiamo di conquistare nuovi mercati con un’attenzione particolare a quelli emergenti che oggi sono soprattutto Russia e Cina».

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