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Venerdì 17 Novembre 2017 | 20:37

I cani non si abbandonano Il nostro Argo che ci ha riconosciuto dopo 5 anni

di ISABELLA MASELLI
«Salve, parlo con la proprietaria dal cane Argo?». Ed io: «Si, anni fa...». Dall’altra parte della cornetta: «Il suo cane è qui». Era in un canile, nel nord barese, e risalirono a noi grazie al microchip che aveva fin da cucciolo. Appena aperto il cancello del giardino, andò correndo nell’angolo in cui, fino a cinque anni prima, c’era la sua cuccia. Ci aveva riconosciuti, aveva riconosciuto la sua casa
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I cani non si abbandonano Il nostro Argo che ci ha riconosciuto dopo 5 anni
di ISABELLA MASELLI
I suoi occhioni neri ci dicevano «prendi me». In una cucciolata di nove tenerissimi meticci lui (l’unico maschietto) ci colpì per quel suo modo di scavalcare i suoi fratelli salendo con le zampine sulle loro teste per avvicinarsi al bordo del recinto e rubare una carezza in più degli altri. Fu amore a prima vista. Argo è entrato nella nostra famiglia nell’aprile 2001. Aveva due mesi. Io, con il mio fratellino di 11 anni e nostra madre, avevamo deciso di prendere un cane e non avevamo avuto dubbi sulla sua provenienza: sarebbe stato un cucciolo «salvato» da un canile.

Avremmo voluto portarli a casa tutti quei fagottini di pelo ma venne con noi solo uno di loro. Pelo di media lunghezza color crema (poi sarebbe diventato marrone e nero), era piccolo ma le zampe già rivelavano quello che sarebbe diventato: un grosso meticcio di pastore. Decidemmo di chiamarlo Argo. A quei tempi mio fratello aveva una vera fissa per la mitologia. Era il nome del cane di Ulisse. Vecchio e stanco aveva aspettato il suo padrone ad Itaca per venti lunghi anni prima di morire.
Il nostro Argo ci ha aspettati per cinque anni. Ora vi racconto... Cresciuto giocando con mio fratello, rotolandosi per terra o travestendosi da personaggi dei cartoni animati, ad occuparsi di tutto il resto (visite dal veterinario, cibo, passeggiate e bagnetti) ero io, la sua sorella maggiore. Argo aveva quattro anni, nel 2004, quando partii per la Spagna nell’ambito del progetto universitario Erasmus. Nei sette mesi che avrei trascorso all’estero, Argo sarebbe stato ospite di alcuni amici che avevano un grande giardino e altri cani e che potevano quindi prendersi cura di lui.

Passarono poche settimane e Argo scappò, forse (ci piace pensare) per tornare a casa da noi. L’intera famiglia si mobilitò per cercarlo, purtroppo senza riuscirvi. La sua cuccia, a forma di casetta col tetto spiovente e il nome inciso su una targhetta in cima alla porticina di ingresso, presto fu portata via dal giardino, insieme con tutte le sue cose. Le nostre vite continuarono senza di lui. La casa vuota e il giardino sempre pulito, senza zampette di terreno su tutto il pavimento e buche da coprire, i pomeriggi silenziosi, senza il suo abbaiare ad ogni rumore proveniente dalla strada o dai giardini adiacenti. C’erano pomeriggi in cui le tartarughe, anche loro ospiti del nostro giardino, si ribaltavano su se stesse, dondolandosi sul guscio finché uno di noi arrivava a raddrizzarle. Ad avvisarci, abbaiando e correndo da un estremo all’altro del giardino, era Argo. Senza di lui tutto troppo pulito, tutto troppo silenzioso, tutto troppo normale.

Cinque anni dopo la sua fuga, era il marzo 2009, una telefonata cambiò tutto. «Salve, parlo con la proprietaria dal cane Argo?». Ed io: «Si, anni fa...». Dall’altra parte della cornetta: «Il suo cane è qui». Era in un canile, nel nord barese, e risalirono a noi grazie al microchip che aveva fin da cucciolo. Non starò qui a raccontare in quali condizioni di salute lo abbiamo ritrovato e riportato a casa. Dirò solo che appena aperto il cancello del giardino, andò correndo nell’angolo in cui, fino a cinque anni prima, c’era la sua cuccia. Ci aveva riconosciuti, aveva riconosciuto la sua casa.

È tornato in forma in breve tempo, è invecchiato con noi, il pelo è diventato bianco, le zampe stanche lo accompagnavano sempre con più fatica nelle passeggiate quotidiane. E gli occhi, quegli occhioni neri che ci avevano fatto innamorare, ricoperti di una patina di tristezza mista a dolcezza, quasi fosse consapevole di essere importante per noi che lo avevamo scelto, perso e poi, finalmente, ritrovato. Era diventato un tenero vecchietto, sempre in cerca di coccole, come quando ci aveva guardati quel primo giorno cercando le nostre carezze. Nel maggio scorso, una domenica sera, si è adagiato sotto un albero. È andato via di nuovo, questa volta per sempre.

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