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Lunedì 20 Novembre 2017 | 12:56

Se a Monopoli l’arte ha un braccio in più

di GIACOMO ANNIBALDIS
MONOPOLI - C’è un piccolo mistero da risolvere a Monopoli. Nella cattedrale, la grande tela di Alessandro Fracanzano (pittore «veneto» tra fine ‘500 e inizi ‘600, che si stabilì in Puglia, e padre dei due Fracanzano, artisti più noti) celebra l’«Assunzione» della Vergine: gli apostoli guardano in alto, sollevando le braccia per lo stupore. Ma tra la selva delle loro mani si confonde un braccio estraneo, che spunta dalla roccia: un membro avulso
Se a Monopoli l’arte ha un braccio in più
di Giacomo Annibaldis

MONOPOLI - C’è un piccolo mistero da risolvere a Monopoli. Nella cattedrale, la grande tela di Alessandro Fracanzano (pittore «veneto» tra fine ‘500 e inizi ‘600, che si stabilì in Puglia, e padre dei due Fracanzano, artisti più noti) celebra l’«Assunzione» della Vergine: gli apostoli guardano in alto, sollevando le braccia per lo stupore. Ma tra la selva delle loro mani si confonde un braccio estraneo, che spunta dalla roccia: un membro avulso. Ripensamento del pittore, sbadato? O ripresa astrusa della leggenda del sacrilego ebreo che, volendo rovesciare l’avello della Vergine, ci rimise la mano?

La grande tela è stata restaurata nei primi anni 2000, in un encomiabile fervore di rivalutazione del patrimonio culturale e religioso, che ha portato al restauro di altre opere della cattedrale, ma anche all’inaugurazione del Museo diocesano e a quello del succorpo del duomo. Iniziative che hanno svelato – se ce ne fosse stato bisogno – il volto di una città tra le più artisticamente titolate in Puglia. Ad attirare oggi ancor più l’attenzione sul suo patrimonio stanno le recenti scoperte archeologiche, che gettano luce su un antico passato finora poco investigato: e che confermano che la polis della Peucezia (l’antica regione corrispondente alla Terra di Bari, il cui confine a sud era la città di Egnazia, come sostiene il geografo Strabone, di inizi del I sec.) già nel V-IV secolo a. C. poteva essere munita di mura che cingevano l’intera penisoletta.

Ma il suo splendore Monopoli lo raggiunse con l’alterna dominazione di Venezia, iniziata verso il 1484, e riproposta nel 1495, fino alla definitiva annessione al Regno di Napoli (pace di Cambrai, 1529).

Parte della sua storia antica e medievale Monopoli l’ha dunque antologizzata nella mostra permanente del succorpo della cattedrale, quando nel 2003 nella cripta – contravvenendo al compito di nascondere, o essere nascosta, come suggerisce la parola – si organizzò un percorso museale «senza grandi pretese di puntigliosa scientificità», ma pure di certo interesse, sia grazie alla collezione archeologica con reperti ritrovati in zona, dal VII al II sec. a. C., donati da Vincenzo e Domenica Brigida, sia grazie ai resti scultorei e al lapidario medievale e rinascimentale dismessi dopo i vari rifacimenti della chiesa: di grande suggestione è l’architrave del XII sec. che racconta in sequenza, e con rara plasticità, morte e resurrezione di Cristo.

La collezione archeologica dialoga con un misterioso camminamento a sezione trapezoidale di età preromana (la leggenda parla di un tempio pagano dedicato al dio Hermes e a sua madre Maia; indotta forse da una falsa iscrizione conservata nella sacrestia della cattedrale); i manufatti lapidei dialogano invece con le fondamenta della chiesa paleocristiana, con le strutture del tempio romanico fatto edificare da Romualdo nel 1107 (e con le rispettive tombe medievali). Nella concezione di una secreta Wunderkammer, la raccolta si arricchisce di crocifissi lignei di indefinita datazione e di statue devozionali (per le processioni del Misteri).

Si respira in tutto ciò il crisma della salvezza: quella voglia di conservare e tutelare le tracce antiche. Lo stesso crisma che indusse la curia a istituire nel 2002 il Museo diocesano, ricco di tele: tra i più belli e interessanti di Puglia. Oltre alla stanza dedicata alle icone, soprattutto alle repliche della Madonna della Madia, protettrice della città, e a quella della Madonna dello Zaffiro, la collezione propone una rassegna di arte rinascimentale veneta di certa rilevanza: dal San Girolamo di Lazzaro Bastiani al trittico ligneo di Paolo Campsa e Giovanni d’Alemagna, dal Veronese con Madonna in gloria a Francesco Vecellio, fratello di Tiziano, con Conversazione di Madonna con santi, fino ai quadri di Jacopo Palma il Giovane, che in Puglia è molto presente con le sue opere, e a Alessandro Fracanzano. Ad arricchire la quadreria, un Finoglio con una Madonna in gloria tra sant’Eligio e san Trifone. Ma a sorprendere il visitatore sono anche le miniature di Reginaldo da Piramo, con Cristo risorto e lo stemma monopolitano: anch’egli artista veneto (friulano) che fu priore nel convento domenicano di Monopoli nel XVI secolo. Mentre spicca per la sua eccezionalità la nota Charta navigationis, il portolano su pergamena che descrive tutti gli approdi del Mediterraneo con sorprendente minuzia: l’unica conservata nel Sud Italia.

Dalla tavola del Bastiani, occhieggia, in veste di committente, uno dei personaggi più noti di fine ‘400 monopolitano: Saladino Ferro, l’ebreo convertito che era medico e aromatario alla corte dei del Balzo-Orsini.

Il Museo diocesano è in effetti il buen retiro di molte opere d’arte e di arredi liturgici, presenti nelle chiese chiuse di Monopoli e che rischiavano di andare perduti o depredati e venduti all’estero (com’è effettivamente successo per alcuni documenti e suppellettili). Un assaggio di quello scrigno d’arte e di cultura che si mostra – nel suo pieno splendore – nella cattedrale: dove soprattutto attraggono il Cappellone sovrastante l’altare maggiore, quasi una cripta sopraelevata, dedicata alla Vergine patrona, con un trionfo di marmi mischi (altare, pavimento, balaustra del marmoraro napoletano Nicola Lamberti, 1751) e con statue di Giuseppe Sanmartino, l’artista partenopeo noto a tutti per la scultura del Cristo velato: qui il giovane scultore ha plasmato le due statue di San Giuseppe e di San Michele arcangelo (1751-52). Il Cappellone, cui mise mano anche l’architetto Domenico Antonio Vaccaro, è una tipologia architettonica abbastanza insolita, e la si ritrova quasi esclusivamente in provincia di Bari: e qui a Monopoli assume la forma più spettacolare (Mimma Pasculli).

Di un certo fascino, nella medesima cattedrale, è la Cappella del Santissimo Sacramento, databile 1754, che si presenta come una vera macchina teatrale dedicata alla simbologia dell’eucarestia, con la tela di Francesco De Mura, raffigurante l’Ultima cena, e i due ovali con Sacrificio di Isacco e la Cena di Emmaus, episodi connessi con il sacramento, prelevati dal Vecchio testamento e dal Nuovo.

Prima del rifacimento del tempio avvenuto nella metà del ‘700, la cattedrale presentava, a dividere il presbiterio dal sovrastante cappellone, il grande retablo con statue di Stefano da Putignano (1501), un trionfo di nicchie e di sculture, che fu sacrificato al nuovo stile e risistemato nella piazza antistante la chiesa grazie a un singolare muraglione concavo: qui trovarono nuova collocazione quasi tutte le sculture dell’artista pugliese (che oggi conosce un rinnovato interesse, grazie anche agli studi di Clara Gelao e di Vittorio Sgarbi). Sulle tracce di Stefano si può percorrere il borgo monopolitano: e ritrovare in San Francesco la policroma Madonna con Bambino, o all’ingresso di Santa Maria del Soccorso il gruppo dei committenti; fino alla regale Madonna con Bambino, murata nella facciata di San Domenico. Qui il Bambino porge con la mano sinistra una rosa: simbolo, forse, del rosario. O della città, che nel suo stemma propone tre rose d’argento su campo rosso.

1 - Continua.

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