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Venerdì 24 Novembre 2017 | 13:56

«Una estate fa» Quelle notti nei night cantavo e... baciavo

di VITO SIGNORILE
Pensare alla mia città e all’estate come relax e spensieratezza per me è un unicum con Anni ’60, Complesso 800, lido Amarissimo, una rotonda sul mare e 400 coppie che ballano al chiaro di luna, invogliate ancor più ai corteggiamenti e a veri e propri «preamboli» amorosi dal più giovane cantante «night» quale il sottoscritto era considerato. Niente vacanze né festività, dunque, ma fin da ragazzino votato all’intrattenimento altrui
«Una estate fa» Quelle notti nei night cantavo e... baciavo
di VITO SIGNORILE

Pensare alla mia città e all’estate come relax e spensieratezza per me è un unicum con Anni ’60, Complesso 800, lido Amarissimo, una rotonda sul mare e 400 coppie che ballano al chiaro di luna, invogliate ancor più ai corteggiamenti e a veri e propri «preamboli» amorosi dal più giovane cantante «night» quale il sottoscritto era considerato. Niente vacanze né festività, dunque, ma fin da ragazzino votato all’intrattenimento altrui con la Musica prima e col Teatro poi.

Mio padre, prigioniero di guerra in Africa, tra una fuga e l’altra, guadagnava indulgenze e simpatie mettendo su spettacolini con e per gli altri prigionieri. Non ci regalò mai armi-giocattolo. Conservo gelosamente un libro di fiabe, che ancora oggi mi procura un tonfo al cuore. Alla «befana» successiva, al risveglio, ore 2,30 del mattino, trovai un piccolo teatrino di marionette. Qualche tempo dopo, quando capimmo chi era la Befana, trovai una chitarra acustica di poche lire.
Strimpellavo i primi accordi con i primi omaggi a Elvis quando conobbi Gianni Stammelluti, straordinario virtuoso della chitarra e maestro, che propose la formazione di un complesso vocale e strumentale con Nino Marino alle tastiere, Lillino De Marco al basso, mio fratello Pino alla batteria.

Niente mezze misure. Tutto il tempo libero da impegni scolastici andava utilizzato per studiare musica e lavorare. Bisognava imparare in fretta e pagare gli strumenti, quelli dei professionisti, mica quelli della Befana! Ed eccoci tutti assieme a fare sedie artigianali di giorno in un’officina sull’Estramurale Capruzzi e provare di notte, in uno scantinato insonorizzato con cartoni portauova. Ogni occasione ci dava lo spunto per provare. Entrando in pizzeria intonavamo a cinque voci: «bonaseraaaa, cinquepizzecinquebirreee» e poi «Strettostrettoooo il contoooo». Sembravamo il quartetto Cetra che faceva la parodia agli 800.

Finalmente i primi impegni in pubblico con i primi matrimoni alla sala Elia, la sala del Mutilato. Bisognava cominciare a smaltire il ponderoso fascio di cambiali distribuite tra i migliori negozi di strumenti musicali dell’e poca: Salvati, Monachino, Giannini. Poi le prime serate danzanti, il Fagiolo, il lido Amarissimo, il Sun Beach e finalmente La Grotta Regina, La Capannina, dove si poteva suonare tutte le sere in un vero night. Essere la voce del complesso moltiplicava soddisfazioni e privilegi. Uno sguardo insistito da o verso una bella ragazza si trasformava in una «dedica» con le parole di una canzone e poi in un ballo…

C’era infatti una bella intesa col capo: appena si creava un’occasione Gianni era pronto a inanellare una serie di «lenti» alla chitarra che mi permetteva di allontanarmi dalla pedana per andare a ballare e a raccontare qualche storia interrotta ad arte per continuarla in un altro momento in qualche «prateria» affacciata sul mare, dove al posto di cavalli, cow boy e indiani trovavi una serie di complici utilitarie (che andavano dalla Fiat 600 in giù, spesso prestate da amici o parenti compiacenti) oscurate dalla utilissima Gazzetta attaccata ai vetri e trasformate nel più economico e romantico pièd a tèrre.

Due nemici erano sempre in agguato: lo «specchiettista» desideroso di spiare attraverso qualche fessura da oscuramento affrettato e il crampo da contorsioni forzate. Ma un bacio, una promessa, l’idea di un possibile amore, compensavano tutto. Cose innocenti. Non so se questa è nostalgia carogna, comunque restano ricordi piacevoli di estati un po’ più spensierate quando bastava davvero poco per mettere su una serata «indimenticabile». Un mangiadischi portatile a pile, una borsa colma di 45 giri e una teglia di patate, cozze e riso o una frittata di spaghetti preparata da mamma e via con tutta la comitiva verso una caletta a mare dove realizzavi la più bella cena con ballo del mondo. Ricordo di aver festeggiato più o meno così i miei vent’anni e qualche giorno dopo si sono presentati i sessanta dissolvendo in un attimo i favolosi «Sessanta».

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