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Venerdì 17 Novembre 2017 | 22:05

Dai diari di de Secly la storia del dissenso Direttore della «Gazzetta del Mezzogiorno» fino al 1960 Il nostro archivio storico

di VITO ANTONIO LEUZZI
Quel momento delicato di transizione dal fascismo all’Italia libera è stato un periodo decisivo per tutta l’Italia, con un dopoguerra - nel Meridione - anticipato rispetto al resto del Paese. S’impone all’attenzione un recentissimo volume su Luigi de Secly, Diario 1941-1945, esponente di rilievo del mondo dell’informazione (giornalista e direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno) e della cultura liberale pugliese del Novecento
Dai diari di de Secly la storia del dissenso Direttore della «Gazzetta del Mezzogiorno» fino al 1960 Il nostro archivio storico
di VITO ANTONIO LEUZZI

Quel momento delicato di transizione dal fascismo all’Italia libera è stato un periodo decisivo per tutta l’Italia, con un dopoguerra - nel Meridione - anticipato rispetto al resto del Paese. Forse anche per questo motivo l’attenzione storiografica non si ferma e crescono le pubblicazioni memorialistiche di protagonisti significativi di questa epoca. S’impone all’attenzione un recentissimo volume della casa editrice Adda Luigi de Secly, Diario 1941-1945, a cura di Antonella Pompilio, con una presentazione di Giuseppe De Tomaso e prefazione di Giuseppe Galasso (pagg, 486, euro 40).

Le annotazioni diaristiche di questo esponente di rilievo del mondo dell’informazione (giornalista e direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno) e della cultura liberale pugliese del Novecento prendono le mosse dagli esiti della guerra voluta da Mussolini. De Secly accentua in questa fase la distanza dal regime con una più intensa frequentazione della Casa Editrice Laterza e del suo nume tutelare, Benedetto Croce, emblema dell’opposizione intellettuale alla dittatura: «Ma le mie visite a Laterza e gli incontri che colà avvengono sono purtroppo una bella parentesi della mia giornata. Il giornale mi prende il resto del tempo». Seguono in queste prime pagine del diario giudizi critici sulla direzione della Gazzetta e sul ruolo della redazione, completamente subalterno alle direttive fasciste (aspetto comune al resto dell’informazione nazionale sottoposta al controllo della censura ed alle rigide direttive di un Paese in guerra) .

Queste opinioni critiche, che coinvolgono, anche il gruppo dirigente del fascismo barese, si ripresentano anche nelle annotazioni successive di de Secly, spazzando via miti diffusi anche nel secondo dopoguerra: «Oggi (31 ottobre ’43) ho veduto a lungo Viterbo (ex podestà nell’ultima fase del regime), un uomo assolutamente onesto e probo, dalle idee sane e chiare. Mi ha raccontato un mondo di episodi interessanti circa la corruzione e i guadagni spettacolari degli uomini locali. Hanno attinto a piene mani nelle casse statali e private con brogli inauditi ed atti di prepotenza. E’ stato un colloquio assai istruttivo».

Assumono rilievo in queste succinte riflessioni, le vicende della censura nei confronti della Laterza che provoca il sequestro delle opere di Croce e le denunce ed arresti di diversi antifascisti a Bari e Lecce e in altri centri della regione nell’aprile del 1942. L’attività diaristica viene interrotta ed il quaderno di appunti viene nascosto dai suoi famigliari in seguito alla diffida subita dal giornalista dalla locale Questura (aprile ’42) per le sue frequentazioni degli antifascisti, in particolare di Tommaso Fiore, arrestato ed inviato al confino.

All’indomani della liquidazione di Mussolini, il giornalista riprende i sui appunti con queste significative espressioni: «Siamo ridiventati uomini. Il fascismo è caduto, Dio sia lodato». Nei giorni successivi l’attenzione di de Secly si concentra sulla vicenda della strage del 28 luglio 1943 in via Nicolò dell’Arca, sul suo arresto per l’articolo, Viva la libertà, e sulla detenzione sua e di diversi altri antifascisti per alcune settimane nel carcere di Bari. Queste annotazioni diaristiche - sostenute da un ampio e accurato apparato di note della curatrice del volume - si soffermano sulle vicende del 9 settembre a Bari, sul ruolo del governo Badoglio, sul nuovo corso della censura svolta dal governo di Brindisi e dalle forze di occupazione anglo-americane.
Si apre in questa fase un nuovo corso de La Gazzetta del Mezzogiorno con il ruolo centrale che assume de Secly, prima come vicedirettore (con incarico di direzione ) ed, infine, come direttore dal dicembre ‘43.

I radicali cambiamenti sul piano dell’informazione negli ultimi mesi di quell’anno (processo di graduale liberalizzazione della stampa) e su quello politico-istituzionale per la presenza dei CLN (Comitati di liberazione nazionale) e dei partiti democratici impongono scelte decisive. Il nuovo direttore del quotidiano pugliese (il primo dell’Italia libera) ha il merito di sottrarre il giornale all’influenza degli uomini d Badoglio e della monarchia, ed al disegno di una restaurazione autoritaria senza Mussolini.
Le complesse vicende del congresso di Bari dei CLN del gennaio 1944 e del palese tentativo di ostacolarne con ogni mezzo la riuscita da parte degli uomini di Brindisi rappresentano il banco di prova del nuovo corso de La Gazzetta del Mezzogiorno. Il direttore del quotidiano pugliese si sottrae anche a ripetuti tentativi di condizionamento dall’alto ed apre il giornale agli interventi degli esponenti più significativi dell’antifascismo meridionale, mantenendo un equilibrio decisivo tra le forze in campo, grazie al decisivo apporto degli ufficiali britannici del PWB (ufficio della guerra psicologica).

Il diario contiene, tra l’altro, molti elementi utili per la ricerca storiografica nel campo dell’informazione e svela molti retroscena relativi alle vicende dell’epurazione e della lotta politica relativa al controllo di uno dei più importanti quotidiani del Sud. Nelle riflessioni di de Secly, come si evidenzia con forza nella prefazione, si riflettono «avvenimenti e sviluppi forti della storia dell’Italia contemporanea».

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