Cerca

Venerdì 24 Novembre 2017 | 04:43

Una estate fa «Una ciofeca in mare regina di campagna»

di TIZIANA SCHIAVARELLI
Sono stata una bambina di campagna più che di mare. Entrambi i miei genitori non erano abili nuotatori, o meglio, non sapevano nuotare proprio. Mio padre, uomo della Murgia, mi raccontava di aver visto il mare per la prima volta a 14 anni e ne rimase intimorito… a vita. A volte accompagnava me e mia sorella al mare nelle vicinanze di Bari, legava una fune a uno scoglio e ci faceva sgambettare sempre aggrappate lì
Una estate fa «Una ciofeca in mare regina di campagna»
di TIZIANA SCHIAVARELLI

Sono stata una bambina di campagna più che di mare. Entrambi i miei genitori non erano abili nuotatori, o meglio, non sapevano nuotare proprio. Mio padre, uomo della Murgia, mi raccontava di aver visto il mare per la prima volta a 14 anni e ne rimase intimorito… a vita. A volte accompagnava me e mia sorella al mare nelle vicinanze di Bari, legava una fune a uno scoglio e ci faceva sgambettare sempre aggrappate lì, mentre lui rimaneva vestito di tutto punto, seduto sullo scoglio, col piede ben saldo sul nodo per maggior sicurezza e ci guardava tutto contento, incitandoci a nuotare. Capirai che nuotate!

Però noi, in quello spazio striminzito in cui ci muovevamo, ci divertivamo un sacco e quando tornavamo a casa annotavamo tutte le nostre epiche avventure marine sul nostro diario. Quando veniva mamma al mare, si andava generalmente in spiaggia a Ginosa Marina così lei poteva stare a «sponzare» le gambe in acqua e noi sulla sabbia eravamo più libere di entrare e uscire dal mare, anche se mamma usava delle efficaci misure precauzionali per evitarci pericoli. Ci diceva: «Bambine, se vi allontanate nell’acqua morite!» oppure, se mangiavamo anche solo una pesca, non ci faceva più fare il bagno, sempre con lo stesso avvertimento: «Se entrate in acqua a “stomaco pieno” morite!».

Tant’è che ero sempre molto accorta e chiedevo continuamente consigli a mamma quando dovevo fare qualsiasi cosa: «Ma, se faccio un castello di sabbia muoio?» A questo punto devo pensare che se sono ancora viva, lo devo soprattutto al terrore di morte certa e istantanea che mi è stato trasmesso.

Solo che, col passare degli anni, non andavo più al mare con mamma e papà ma con gli amici e i miei amici amavano passare intere giornate a Polignano dove potevano fare tuffi mirabolanti da scogli altissimi ed io rimanevo a guardarli, «accipinata» su uno scoglio, sotto al sole cocente a sudare come una povera sventurata. Solo dopo varie estati passate così, capìi che se mi fossi attrezzata con un salvagente forse la mia vita avrebbe avuto una svolta. E così fu, finalmente potevo calarmi nelle acque alte e sentirmi al pari degli altri abili nuotatori. Solo all’età di 26 anni ho imparato a mantenermi a galla senza salvagente ma ancora oggi in acqua sono sempre una ciofeca.

Ma sì, perché infondo sono stata una ragazza di campagna. I ricordi delle vacanze più belle le ho a Santeramo dove avevamo una villa in Contrada Iazzitello. Ho ancora nelle orecchie l’assordante ma rasserenante suono delle cicale che durava fino a che non diventava buio. Ricordo che la sera andavamo a prendere il latte in una masseria poco distante da casa e durante il tragitto, guardavamo il cielo stellato e papà ci faceva conoscere le varie costellazioni. Quanto mi affascinava! Tornati a casa, mamma bolliva il latte. Una volta raffreddato, si formava sopra uno strato di panna che spalmavamo sul pane con un pizzico di zucchero: una colazione a dir poco «principesca».

Avevamo tanti amichetti con cui facevamo gare di velocità in bicicletta a cui seguivano rovinose cadute con relative sbucciature di ginocchia e braccia. Eravamo almeno una ventina di ragazzini in bici. A Santeramo ci chiamavano «i biciclisti». A volte ci avventuravamo nei sentieri di campagna sentendoci degli esploratori che stavano scoprendo luoghi mai calpestati da piede umano e l’esaltazione massima giungeva quando trovavamo pietre un po’ v i t re e (molto comuni sulla Murgia) che ci sembravano diamanti. Un giorno ci incamminammo in paese avvolti nelle lenzuola con le facce truccate metà di bianco e metà nero, convinti di proporre un happening di teatro sperimentale alla cittadinanza. Devo dire che riuscimmo a destare subito molta curiosità, si creò una folla intorno a noi, chi rideva, chi ci tirava oggetti di ogni tipo appresso, alla fine arrivarono i vigili urbani e ci cacciarono in malo modo: «Me’ lavateve la faccie, allevateve chidde pezze da ‘nguedde e sciatavinne a case!» (traduzione: lavatevi la faccia, toglietevi quegli stracci d’addosso e tornatevene a casa).

E poi… tante serate passate a mettere dischi nel juke-box del bar, i corteggiamenti dei ragazzi di Santeramo, non foss’altro perché ero forestiera, ero «la barese»… i primi baci, i giri in moto… Nelle mie estati, non c’è stato mai il tempo per dire «Uffa!» e ho avuto sempre un’enciclopedia di avventure da raccontare l’inverno ai miei compagni di scuola.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Altri articoli dalla sezione