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Giovedì 23 Novembre 2017 | 10:32

Una estate fa «Senza carte di credito era tutta mia la città»

di GIANNI CIARDO
Allora: come prima cosa devo dire che sono felice di essere stato anche piccolo. Nel senso di aver vissuto un'infanzia felice perché da grande sono stato capace di rimanere piccolo, nonostante me. Forse qualcuno (come al solito) non capirà alcune sottigliezze perché si sarà distratto e preoccupato di diventare grande (capita l'antifona?). Quello però che mi fa godere di più è aver vissuto metà del Novecento in quanto, essendo nato nel 1949, l'altra metà l'ho vissuta tutta
Una estate fa «Senza carte di credito era tutta mia la città»
di GIANNI CIARDO

Allora: come prima cosa devo dire che sono felice di essere stato anche piccolo. Nel senso di aver vissuto un'infanzia felice perché da grande sono stato capace di rimanere piccolo, nonostante me. Forse qualcuno (come al solito) non capirà alcune sottigliezze perché si sarà distratto e preoccupato di diventare grande (capita l'antifona?). Quello però che mi fa godere di più è aver vissuto metà del Novecento in quanto, essendo nato nel 1949, l'altra metà l'ho vissuta tutta.

Ogni anno ha avuto la sua estate, ogni estate per me voleva dire che non si andava a scuola. Qualcuno dirà: quindi si andava in vacanza? ...Sì, ‘u cazz'!!! Le mie vacanze erano «i pantaloni corti», nel senso che per tutto l'inverno avevo avuto i pantaloni lunghi di flanella poi arrivava giugno e mia madre con un colpo di forbici tagliava e diventavano pantaloni corti. Al mare? Sì, ci andavo in bicicletta in tre e si andava nei pressi della Fiera del Levante. La colazione? La colazione era uno scippo (passavo correndo) ai muratori seduti per terra per la loro pausa mentre con gusto mangiavano un filone di pane con dentro la mortadella oppure la frittata.
Il divertimento? Il divertimento era vedere il muratore disperato che nominava tutti i miei antenati scomparsi senza nemmeno averli mai conosciuti.

L'estate era calda. Il sole pulito. Eravamo ragazzi non avevamo soldi in tasca però eravamo liberi di sognare ma soprattutto di vivere senza carte di credito. Una chitarra ci rendeva ancora più liberi di vivere e simulare i Beatles e cantavamo le loro canzoni. E le cantava meglio chi sapeva più parole. Avevamo una città.

Il giorno in cui non si andava al mare, si andava all'Upim che era l'unico grande magazzino con l'aria fresca (oggi la chiamano aria condizionata). Poi arrivava settembre e settembre voleva dire Fiera del Levante. La Fiera del Levante per me e i miei amici voleva dire vedere le mucche vive, rubare le merendine Aida, e poi le giostre. Le giostre, bellissime, colorate, con la musica e il loro chiasso di gente. La Fiera del Levante era un segnale che l'estate era finita e quindi l'incubo che la scuola day (come al solito) stava per ricominciare.

Eravamo felici che durante tutta l'estate eravamo riusciti a non andare in «vacanza».

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