Lunedì 23 Luglio 2018 | 10:02

la storia

Andrea, operaio ex Om da 7 anni senza lavoro. «Da 15 mesi vivo per strada»

«Dormo in auto, a Parco 2 Giugno o sul lungomare. Facco la doccia alla Pineta San Francesco. Mangio all’Ikea, c’è il Wi Fi»

Andrea con la moglie

Subito e quasi. In mezzo a questi due avverbi c’è la distanza abissale tra fra le aspettative frenetiche di chi vuole sollevarsi dalla miseria affrontata con dignità e la liturgia della politica che indica ogni volta una soluzione che non c’è. Una distanza che ha il volto di Andrea T., 54 anni, di sua moglie Paky A., 57 anni costretta alla carrozzina da una poliomelite infantile, e del figlio, di 16 anni.

Andrea fa uno sforzo immenso prima di tirar fuori la dannazione impareggiabile: è uno dei 170 operai della ex Om e da quindici mesi la sua casa è la strada e il suo tetto è il più delle volte l’auto di famiglia, una «Peugeot 207» station wagon di colore bianco. «Non ho paura del giudizio degli altri, ma mi fa male dover raccontare cose intime che coinvolgono la mia famiglia. Ho una moglie che per me è tutto, senza di lei e mio figlio non sarei qui», dice volteggiando la testa come un pendolo.

Corpo atletico chiuso in 155 centimetri di altezza, barbetta di qualche giorno, occhiali che occupano metà del viso e lo sguardo che a metà frase incrocia il volto della moglie, come se non avesse energia possibile senza quegli occhi. Paky è lì, innamorata come ieri. La poliomelite non sembra averle tolto altro se non la forza nelle gambe: i capelli bellissimi e neri incastonano uno viso splendido e dolcissimo, chiuso da una bocca che non smette mai di raccontare se non col sorriso. Paky ascolta Andrea che riavvolge il nastro della miseria senza interrompere, se non per aggiungere dettagli importanti. Andrea: «Ho provato a fare di tutto. Ogni tanto spunta un lavoretto che è più un’umiliazione. Una giornata la pagano 20 euro. Non è una condizione come quella di altri operai, quella nostra degli ex Om. Perché noi non siamo tecnicamente disoccupati, ma sospesi. E se non ci sarà un progetto di reindustrializzazione non percepiremo nemmeno l’assegno Naspi per la ricollocazione. Io non ce la faccio più, dopo sette anni di promesse. Ho bisogno di un lavoro, subito. Su-bi-to».

La vertenza ex Om, dicono dalla stanza dei bottoni della Regione, è a una svolta. Quasi. Quattro investitori si dicono interessati a far risorgere l’area e a scongelare i 170 ex operai ai quali non entra nessun reddito di sostegno da dicembre scorso. L’ultima beffa, quella della «Tua industries» che ha addirittura assunto gli ex Om promettendo di costruire minicar, in piena bufera di liquidità, è una ferita che sanguina. Eppure si parla di una via d’uscita. O quasi. E tra il «subito» e il «quasi» c’è la vita in macchina che spezza il cielo coniugale dei due innamorati che non smettono di sostenersi.

Andrea: «Due anni fa abbiamo dovuto lasciare la casa di Catino abitata per 22 anni. Non era nostra. Decidemmo di trasferirci dalla madre di Paky a Carrassi perché le condizioni economiche erano già pessime. I rapporti con mia suocera si sono subito deteriorati». «Mia madre ha accettato me e mio figlio, ma non lui. È rimasta vedova quando era una quarantenne e forse non ha mai accettato che sua figlia disabile potesse sposarsi. Voleva che fossi la sua compagnia a vita. Ma c’e da dire anche che per quanto grande, in casa mia madre accoglie anche mia sorella, separata, e suo figlio. Capisco che ha dovuto stravolgere le abitudini», ridisegna Paky.

In casa, i musi lunghi, i silenzi assordanti, le battute al vetriolo, hanno fatto il resto. Andrea: «Quando mi sono sentito dire che io “rompevo” sono andato via dalla casa di mia suocera». Marzo del 2017. Da allora, l’auto come casa. E l’allenamento quotidiano a decidere cosa fare, cosa ripetere per evitare di smarrirsi nei cattivi pensieri.

Andrea: «Parcheggio a Largo Giannella o a Parco 2 Giugno. La statura mi è amica. Ci sto tutto, sdraiato lungo il sedile posteriore. Utilizzo un telo per non sudare e una coperta quando ho freddo. Paura? Sì. Ma ho il sonno disturbato e mi sveglio spesso. All’alba mi sposto e parcheggio sul lungomare. Scatto foto all’alba. E poi raggiungo Pineta San Francesco. Corro. Mi aiuta a non perdere la testa. So molto della preparazione atletica dei calciatori. Ora faccio fatica ad allenarmi. Vado in Pineta perché così posso fare la doccia negli spogliatoi». Paky: «Poi, viene sotto casa, a prendere me e nostro figlio per accompagnarlo a scuola».

Paky mette la gioia di moglie in ogni contenitore di cibo che consegna al marito. Andrea: «Quando non abbiamo da fare servizi, ci fermiamo davanti al mare. Aspettiamo l’uscita da scuola di nostro figlio. Poi riaccompagno lui e Paky a casa. Qualche volta mangiamo insieme quel che Paky prepara, ma il più delle volte pranzo all’Ikea». Il racconto s’interrompe. La lacrime premono sulle palpebre. «Perché l’Ikea? Solo lì puoi mangiare con 1 euro e 99 meglio di un fast food. E quando ho 3 euro e 99 mi concedo qualcosa di più sostanzioso, sopra, al ristorante. Andrea tira fuori dallo zaino lo smartphone, un «Sony» di sei pollici: «All’Ikea c’è la connessione wi-fi gratuita. Ecco perché sto tutto il giorno lì. Così posso stare su Facebook, vedere la tv, chattare. Ho una App che mi fa vedere molti programmi. Sono un patito del Bari, del calcio e dei documentari».

Paky allunga il braccio e afferra la mano del marito: «Ogni giorno mi manda un messaggio d’amore attraverso Facebook. Io sono un’ottimista per natura. Sono convinta che il lavoro lo riavrà. Non può andare sempre male. Abbiamo bisogno di una casa, soprattutto per la serenità di nostro figlio. Non chiede nulla, fa tante rinunce. Ma il rapporto col padre si sta lacerando».

Andrea vomita l’ultimo dettaglio che ha sgretolato il mondo di sicurezze: «L’unica entrata è l’assegno d’invalidità di 800 euro che percepisce Paky. Abbiamo una marea di debiti che ci trasciniamo da quando lavoravo ancora stabilmente all’Om. E non ho preso soldi solo per me, ma per aiutare anche altri familiari». Paky: «È un generoso. Ha sempre aiutato tutti. Ora però entrano 800 euro e ne escono 700 fisse di rate». Andrea: «Capisci perché non posso sopportare di sentirmi un peso a casa di mia suocera?».

Paky ci prova spesso a rendere la vita di Andrea meno dilaniata. «A volte gli chiedo di salire a dormire su, a casa di mia madre. Entra di nascosto, di notte. Alle 5.30, anche prima, va via». «Ma a lavarmi vado in Pineta perché non posso sopportare battutine sulle bollette che aumentano», riprende Andrea.

La fine della chacchierata è una richiesta: «Puoi scrivere che vendo i mobili della nostra ex casa?». È l’uncino per non sentirsi ancora più schifosamente poveri. E dopo la richiesta, l’annuncio: «Io alla fame ci sono abituato. Piazzerò la tenda davanti alla Prefettura. E non sarò solo a fare lo sciopero della fame. Perché nessuno deve dimenticare il male che si prova a vivere senza presente».

Bari BA, Italia

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Commenti all'articolo

  • Filosofo

    25 Giugno 2018 - 09:09

    Ed il Sindaco cosa dice?

    Rispondi

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