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Mercoledì 25 Aprile 2018 | 02:50

Vacca: «Il fantasma
di Aldo Moro
ci tormenta ancora»

Beppe Vacca

di OSCAR IARUSSI

«La mattina del 16 marzo 1978, prima che la radio trasmettesse la notizia del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta, io ero a Roma in riunione agli Editori Riuniti, la casa editrice legata al Partito comunista con la quale collaborava la De Donato, di cui mi occupavo. Appena saputo dell’agguato di via Fani, mi precipitai da Pietro Ingrao, presidente della Camera, e gli chiesi: “Quando tra qualche giorno ci restituiranno il cadavere, noi che facciamo?”». Beppe Vacca, 79 anni, storico e politico barese, autore di saggi tradotti in molte lingue e studioso di Gramsci tra i più autorevoli al mondo, è un protagonista del dibattito culturale da oltre mezzo secolo (già a metà degli anni Sessanta fu tra gli animatori della cosiddetta école barisienne).

Professor Vacca, quindi lei non ha mai creduto alla possibilità che le Brigate rosse potessero liberare Aldo Moro?
«No, pensai subito che non lo avrebbero rilasciato».

Quando conobbe Moro?
«Da studente universitario seguii le sue lezioni di Filosofia del Diritto nel 1956-57, fu il suo ultimo anno d’insegnamento a Bari, ne tenne solo una dozzina, ma le ricordo nitidamente».

Cosa dice il caso Moro all’oggi, al nostro presente così confuso? 
«Con l’assassinio di Aldo Moro finisce nei fatti la Prima Repubblica. Il 16 marzo sancisce il fallimento del tentativo di sbloccare la democrazia difficile. Un tentativo che aveva costituito per la prima volta il nocciolo dell’agenda politica italiana dopo il Sessantotto».

Un tema rimosso?
«Sì, drammaticamente espulso dal dibattito pubblico del Paese. Allora la Repubblica dei partiti precipitò in una lunga agonia che ne avrebbe smantellato l’architettura politica alla fine degli anni ‘80».

A quarant’anni di distanza, possiamo valutare che cosa resta nella nostra storia di quella stagione?
«L’eredità della politica di Moro sviluppata in dialogo principalmente con il Pci di Enrico Berlinguer dal 1969 fino a via Fani, è stata una grande lezione per il processo di costruzione di un nuovo soggetto politico nel corso della Seconda Repubblica: l’Ulivo e poi il Partito democratico. Alludo al crescente riconoscimento della complementarietà storica di due grandi culture politiche: l’una che andava da De Gasperi a Moro, l’altra da Togliatti a Berlinguer».

Un processo che tuttavia appare incompiuto o quanto meno tormentato.
«Direi che il non aver approfondito il passaggio degli anni ’70, un passaggio epocale della storia italiana e della storia mondiale, non ha consentito al Partito democratico e alla nostra democrazia tout court di elaborare una cultura politica innovativa centrata su una visione adeguata dell’integrazione europea e sul ruolo determinante dell’Italia nei suoi sviluppi. In ultima analisi, questa è la ragione principale sia delle insufficienze della seconda Repubblica e della povertà delle sue culture politiche, sia del grande travaglio nel passaggio alla Terza Repubblica, che è all’ordine del giorno da qualche anno ma si colloca in un contesto europeo e mondiale grandemente modificato, attraversato da conflitti devastanti suscitati dalla crisi della sovranità politica».

Sovranità erosa dalla globalizzazione?
«Dal 2000 in avanti la sovranità viene minata dalla crisi della globalizzazione, cominciata con l’esplosione della “bolla” speculativa americana: da allora la scena mondiale è occupata da conflitti economici e militari che fanno crescere i rischi di una terza guerra mondiale».

Quindi lei dice che il vero nodo irrisolto della storia italiana sono gli anni ’70?
«Senza dubbio. Tutte le culture politiche della Seconda Repubblica (Pd incluso) non sono in grado o non vogliono affrontare il problema della storia d’Italia nelle sue relazioni con la storia internazionale a partire dalla frattura fondamentale degli anni ’70, che poneva fine al lungo dopoguerra».

L’omicidio di Aldo Moro si colloca su quella faglia...
«Fu una maniera abbreviata di risolvere l’eccedenza della democrazia italiana derivante dall’incapacità del Pci di sciogliere il nodo della sua legittimazione a governare e una crisi politica che rendeva il nostro Paese un focolaio di destabilizzazione internazionale».

Professore, in una sintesi un po’ brutale, lei sta dicendo che la politica di Moro in quegli anni non piaceva né a Mosca né a Washington?
«Sì. Tanto la strategia di Moro quanto quella di Berlinguer erano percepite come una minaccia alla stabilità internazionale sia sul fronte Nato sia sul fronte del Patto di Varsavia».

L’Italia, insomma, non ha elaborato il lutto di Moro…
«È così, tutt’oggi non ha elaborato culturalmente quella tragedia e, con essa, la storia del secondo dopoguerra. Che cosa resta delle grandi culture costituenti? Poco o nulla. D’altro canto, siamo l’unico Paese che alla fine della guerra fredda ha vissuto l’espianto del suo sistema di partiti. Il tentativo più efficace di rimettere l’Italia in asse con l’Europa è stato compiuto negli ultimi cinque anni sia con le riforme costituzionali, sia agganciando l’Italia alla ripresa internazionale e ridandole un ruolo primario nella costituzione dell’agenda europea. Ma è stato sconfitto».

Infatti, le urne non hanno arriso a Renzi.
«Lo scenario è mondiale: la Brexit, le difficoltà di Obama e poi la vittoria di Trump, il protezionismo a stelle e strisce che certo colpisce noi europei ben più che la Cina, gli arsenali atomici ricodificati nella previsione di un loro uso “tollerabile”... Tutto concorre a smantellare l’Unione europea che è rimasta l’unica sponda in Occidente del multilateralismo di Pechino (finché ci sarà!). E se non regge l’Europa c’è il rischio di passare da un conflitto economico mondiale a una nuova guerra globale».

Professore, siamo partiti dal 16 marzo 1978 e sta parlando di un futuro a dir poco minaccioso...
«Il fantasma di Moro questo evoca: equilibri e squilibri geopolitici che andrebbero compresi e governati. Le elezioni europee del 2019 saranno cruciali».

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