Giovedì 21 Giugno 2018 | 08:17

La Sinistra in crisi nelle due nuove Italie

Matteo Renzi

Matteo Renzi

di GIOVANNI VALENTINI

Fra il Nord che s’affida all’efficienza della Lega e il Sud che si rimette alla catarsi del Movimento 5 Stelle, nelle due nuove Italie scaturite dallo “tsunami” del 4 marzo la sinistra in crisi annaspa e va alla deriva. Una parte consistente del suo elettorato tradizionale si rivolge ormai alle forze politiche percepite come fattori di alternativa e di speranza, al di là del loro radicalismo o forse proprio per questo. E non solo alla “new entry” rappresentata dai grillini di Luigi Di Maio, pur con tutti i loro limiti e difetti; ma anche a una componente storica del centrodestra come quella di Matteo Salvini che non è più il “partito territoriale” di Umberto Bossi e ha dismesso il suo radicamento settentrionale perfino nel nome e nel simbolo.

La sinistra dei lavoratori, dei poveri e degli emarginati, in pratica non c’è più; è sparita dal nostro panorama politico; o quantomeno è stata messa da parte, accantonata, rimossa, come un vecchio arnese da relegare nella soffitta della storia.

Quella sinistra che dovrebbe coltivare l’equità sociale, la solidarietà, l’uguaglianza o la riduzione delle disuguaglianze, ha abdicato al suo ruolo e alla sua funzione.

Ma il peggio è che, nelle due nuove Italie, sono in crisi entrambe le sinistre: quella riformatrice e quella ideologica, quella del Pd e quella di “Liberi e Uguali”, quella di Matteo Renzi e quella di Grasso, Bersani, D’Alema & compagni.

È una débâcle generale che colpisce un patrimonio intellettuale e politico del nostro Paese, senza fare troppe distinzioni tra riformisti e massimalisti, ex comunisti e post-comunisti, ex e neo-socialisti. Al fondo, c’è innanzitutto l’incapacità di elaborare una moderna cultura di governo, all’interno di un progetto e di una visione della società contemporanea, in sintonia con una tradizione storica ricca di valori, di ideali e anche di utopie. Ma, ancor più che nei contenuti, il renzismo ha fallito nel suo stile di gestione, fondato sul personalismo, sull’egocentrismo e sull’arroganza del potere, mancando l’obiettivo fondamentale delle riforme: da quella costituzionale a quella del sistema bancario e fiscale a quella della Rai. Per finire con la scelta di candidature imposte o paracadutate dall’alto, senza un effettivo rapporto di appartenenza e di condivisione.

È stata, l’esperienza del giovane segretario del Partito democratico, una delusione o meglio una disillusione. Un disinganno progressivo che, dopo la sconfitta nel referendum del 4 dicembre 2016, gli ha alienato le simpatie di molti che pure avevano investito sulla sua leadership e soprattutto sulla sua capacità di rinnovare il metodo di governo. L’ex rottamatore ha commesso errori di tattica e di strategia, ma anche di comunicazione e d’immagine. E purtroppo i danni che ne derivano non riguardano soltanto lui e la sua quadra di fedelissimi, bensì tutti noi, semplici cittadini di questo Paese. Ora l’annuncio delle dimissioni “a data da destinarsi” non fa che esasperare gli animi in un partito scosso dal crollo elettorale, alimentando malumori e sospetti di basse manovre in vista del futuro governo.

Se Renzi avesse sbagliato soltanto sul programma, considerato da più parti troppo liberale e moderato, verosimilmente ne avrebbero tratto giovamento i “Liberi e Uguali”, quella pattuglia di combattenti e reduci o di nostalgici, guidati dagli ex presidenti delle Camere. Due simboli, loro stessi, di quell’establishment politico e istituzionale contro cui s’è pronunciato inequivocabilmente il popolo grillino e leghista. L’immagine di Pierluigi Bersani che va al seggio e depone la scheda direttamente nell’urna, violando così le regole della nuova legge elettorale, documenta da sola il distacco fra questo ceto politico e la realtà.

Il fatto è che troppo spesso e troppo a lungo la sinistra ha confuso il popolo con il populismo, la difesa dei più svantaggiati con la strumentalizzazione dei loro interessi e delle loro aspettative. A cominciare dai cittadini meridionali, dai giovani e dalle giovani donne del Mezzogiorno, che non trovano lavoro o lo trovano saltuario e precario, o addirittura non lo cercano neppure più. E così ha tradito le attese di tanti elettori sfiduciati, smarriti, depressi.

È un malcontento che viene da lontano, un malessere profondo, quello che alimenta la rabbia sociale dei “terroni”, dalla Puglia alla Sicilia. E fortunatamente, il Movimento 5 Stelle ha fatto in qualche modo da valvola di sfogo per un ribellismo che cova sotto le ceneri, evitando per ora l’assalto ai forni. Ma anche questa non sarà una cambiale in bianco: i meridionali reclamano parità di condizioni rispetto al resto del Paese; sollecitano programmi di rilancio e di crescita; esigono interventi concreti e immediati per ridurre il “gap” rispetto al Centro-Nord. Altrimenti, a farne le spese la prossima volta saranno proprio le forze nuove a cui hanno affidato oggi la speranza di un’alternativa.

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