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Una giornata in tribunale
tra le pene d'inferno

tribunale di Bari

Decoro, parolina magica… Fa un po’ specie frequentare le aule di un tribunale negli stessi giorni in cui si parla ripetutamente e pomposamente di decoro dell’amministrazione della Giustizia. Proprio per riscattare questo decoro, un alto magistrato dallo stile dannunziano è stato defenestrato dagli organismi di autogoverno della categoria: decisione che anima discussioni anche accese, nei bar come nei corridoi degli stessi tribunali. Il magistrato in questione è stato ritenuto colpevole di aver disonorato la Magistratura consigliando e inseguendo minigonne, e tacchi a spillo nei corsi di formazione per giovani aspiranti magistrati. In questa sede non ci interessa il merito del provvedimento, né assodare se sia stato legittimo, opportuno, giuridicamente fondato o adamantino. Il problema non è questo singolo magistrato: il nodo è il decoro dell’amministrazione della Giustizia.
Ecco, per affrontarlo bisogna frequentare le aule del tribunale, uno qualsiasi. Lo abbiamo fatto a Bari, “piazza” che sicuramente non brilla sotto il profilo logistico per la Giustizia amministrata e dunque facilita il ragionamento.
A Bari i palazzi della Legge sono due. Il primo, il “vecchio”, risale agli Anni Settanta ed è impacchettato dietro lastroni di marmo ormai cadenti, abbellito nelle aule della Corte da tendaggi mai lavati, impreziosito da sistemi di sicurezza praticamente ridicoli.

Questo palazzo è nel cuore di uno dei quartieri più popolosi e popolari, ma anche a più alto indice di densità criminale e dunque costituisce un presidio di legalità, un simbolo di deterrenza contro i giochi malavitosi anche se certo non eccede in funzionalità. In questo Palazzo ha sede il tribunale civile: qui si discutono le cause di lavoro, i fallimenti, le separazioni e i divorzi, i contenziosi condominiali e via dicendo.
Il secondo palazzo di Giustizia barese, quello “nuovo”, è sede del tribunale penale ed è emblema della disfunzione. Non è stato progettato per ospitare aule giudiziarie, ma è stato riconvertito allo scopo. È cadente da quando è stato costruito, tanto è vero che è sotto sequestro giudiziario con facoltà d’uso: in pratica è stato sequestrato dagli stessi magistrati che in quel palazzo hanno i propri uffici. Ci piove dentro, la controsoffittatura ogni tanto crolla e, giusto per incoraggiare a lasciare ogni speranza ogni volta che ci si entra, ha le finestre con affaccio sul cimitero.
Decoro? Fin qui si parla di funzionalità, logistica, eleganza estetica, sicurezza. Tutte prerogative che spettano sì all’amministrazione giudiziaria, ma non solo a quella, perché l’edilizia giudiziaria incrocia le competenze anzitutto del Ministero e degli enti locali, a cominciare dal Comune. E Bari da questo punto di vista è un caso a sé, annoso e complicato: persino su questa materia si è celebrato un processo e tuttora si continua a discutere.

Accedere a un’aula di tribunale durante un’udienza è come entrare in un girone infernale. Il “penale” ha le sue regole e i suoi riti, più disciplinati anche per la presenza dei detenuti. Il “civile” è molto peggio, nel primo grado lascia troneggiare la solitudine del giudice, che è solo perché monocratico, e fa emergere tutti i limiti di una amministrazione male amministrata. Durante la stessa udienza vengono chiamate decine di cause, tanto che avvocati e parti si accalcano intorno alla scrivania del giudice in attesa del proprio turno; i fascicoli vengono affastellati su un carrello della cancelleria e chiunque può sfilarne uno e consultarlo come fosse il proprio. In quelle aule, i banchi del pubblico sono normalmente utilizzati dagli stessi avvocati come depositi o come ultimo spazio utile per raccogliere d’intesa tra loro le prove testimoniali. Sì, in pratica, accade che – per far prima - un testimone non venga ascoltato dal giudice ma, sulla base degli atti già da lui autorizzati, venga sentito direttamente dagli avvocati delle parti che a loro volta verbalizzano le dichiarazioni, magari negoziandole. Al giudice o al suo sostituto onorario resta il potere di raccogliere il giuramento del teste e certificarne la firma: la sentenza, dopo anni, arriverà sulla base della lettura di questi verbali.

Verrebbe da dire: scene da film. Ma in riferimento alla Giustizia, il cinema propina un’immagine normalmente così patinata da essere irreale, bugiarda, fuorviante. Nessuna toga e nessun rispetto per la dignità della persona nell’aula di un tribunale: si pensi alla Sezione Famiglia, dove si discutono le cause di separazione e dove i coniugi litigano, piangono, recriminano senza alcuna garanzia di riservatezza, dove le cause vengono chiamate nei corridoi a gran voce dai cancellieri con i nomi delle parti come si fosse in un mercato per la vendita del pesce.
Questa è amministrazione della Giustizia: qui la tutela del decoro dev’essere compito della Magistratura, d’intesa con l’Avvocatura, come è stato fatto due settimane fa a Foggia. Ma in questo caso non si fanno processi mediatici né si cerca un Barabba da crocifiggere o salvare: rispetto alla sete di Giustizia rivendicata dal cittadino, la ricerca del decoro passa in secondo piano.

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