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Martedì 24 Aprile 2018 | 20:16

La strana idea
di chiedere la tessera
agli intervistatori

TV - Intervistatori nel mirino

TV - Intervistatori nel mirino

di GIUSEPPE DE TOMASO

E pensare che, 50 anni addietro, si scendeva in piazza per l’«immaginazione al potere». L’«immaginazione al potere» era lo slogan chiave della ribellione studentesca del 1968, ma neppure gli spiriti più disincantati avrebbero previsto che, col tempo, «l’immaginazione al potere» avrebbe fatto strada all’italiana, ovviamente in una variante che più caricaturale non si può: metà farsa metà tragedia. Già la legislazione nazionale è un’incontenibile biblioteca di prescrizioni ora cervellotiche ora impraticabili. Ma anche altri organismi istituzionali s’impegnano come mastini per non sfigurare nella gara di fantasia regolatoria.

L’ultima pensata, in ordine di tempo, è arrivata dall’Autorità Garante per le comunicazioni (Agcom), che, alla vigilia del via ufficiale alla campagna elettorale, ha esteso la par condicio tv anche agli opinionisti. «Laddove - recita il testo - il format del programma preveda l’intervento di un giornalista o di un opinionista a sostegno di una tesi, dev’essere garantito uno spazio adeguato alla rappresentazione di altre sensibilità culturali in ossequio non solo al principio del pluralismo, ma anche del contraddittorio, della completezza e dell’oggettività dell’informazione stessa...».

Non è una cosa seria. La stessa par condicio riservata alle presenze dei politici in tv desta, da quasi cinque lustri, più di una perplessità (eufemismo). Infatti è una normativa che esiste solo in Italia. Anche perché la lottizzazione ragionieristica del tempo e dello spazio in tv produce effetti comici e paradossali: un partito dello 0,001 per cento usufruisce dello stesso minutaggio di un partito del 30 per cento. Ma ormai la par condicio, per le sigle politiche e per gli intervistati, fa parte della storia patria e del paesaggio, il che ci suggerisce di lasciar perdere.

La par condicio per gli intervistatori, però, è una novità al di là di ogni immaginazione, a conferma che la realtà, specie in Italia, è più sorprendente della fiction.

Ma, fatto ancora più singolare, la disposizione del Garante si presta, per così dire, a fastidiosi effetti collaterali, oltre che a plateali lesioni deontologiche.

Uno. I giornalisti invitati al confronto tv con i candidati dovrebbero dichiarare la propria appartenenza politica. Se così fosse, che differenza ci sarebbe tra intervistatori e intervistati? Si potrebbe obiettare che molti giornalisti fanno i tifosi e che a volte non si percepisce la distinzione tra il ruolo del cronista e quello del protagonista in studio. Ok. Ma questo non costituisce un buon motivo per aggravare la situazione trasformando definitivamente le tribune politiche in un confronto-scontro tra due categorie di tesserati. E se un giornalista non possedesse tessere? E se un giornalista ragionasse come Ennio Flaiano (1910-1972), sottolineando di avere idee che lui per primo non condivide? E se un giornalista fosse equidistante tra le parti in causa, che succederebbe: nessun canale tv lo inviterebbe, visto che non sarebbe etichettabile?

Due. Tutti, a parole, condannano la lottizzazione in ogni campo o attività. Poi, però, specie gli organi deputati a smascherare/sventare pratiche e rischi lottizzatori, fanno il possibile perché il malcostume si radichi fino a diventare inestirpabile. I cittadini, i telespettatori, non hanno bisogno di una direttiva dall’alto per sapere o vedere se un intervistatore è libero o militante, imparziale o fazioso. Sanno farlo da soli. E poi. Ci sono molte reti tv. Il telecomando costituisce un prezioso strumento di libertà.

Tre. Non è mica semplice stabilire il colore di un opinionista (a meno che costui non faccia il cameriere di qualcuno). Ad esempio: si può essere progressisti in economia e conservatori sui diritti civili. O viceversa. In tal caso quale collocazione prevarrebbe nella classificazione di un opinionista: quella progressista o quella conservatrice?

Quattro. Non si capisce perché un giornalista debba essere per forza schierato. Un giornalista-giornalista non dovrebbe mai essere schierato. Qualora decidesse di schierarsi, farebbe bene a cambiare mestiere o a trarre le conclusioni del suo outing scendendo direttamente in pista come candidato. Purtroppo l’Italia è un Paese sottosopra. Anziché meravigliarsi e protestare a causa dei giornalisti che si schierano, da noi ci si meraviglia e a volte, addirittura, si protesta se i giornalisti non si schierano.

Quasi che l’anomalia fosse di quest’ultimi, non dei primi.

Ogni quattro anni negli Stati Uniti si vota per la Casa Bianca. Le tribune elettorali, colà, sono ad alta tensione. Gli staff dei candidati le preparano nei minimi dettagli studiando mosse e contromosse degli avversari. Un fatto, però, è più pacifico dell’omonimo oceano: gli intervistatori fanno domande giuste, non domande ruffiane o, al contrario, domande a trabocchetto. Spesso è impossibile risalire alla cultura politica dell’intervistatore, specie quando quest’ultimo è bravo nel recitare la parte dell’avvocato del diavolo con chiunque gli capiti a tiro.

Negli Usa, i giornalisti non si dividono fra trumpiani e clintoniani così come, in passato, non si dividevano fra reaganiani e carteriani. Oddio, una minima parte, anche negli Stati Uniti, sente il bisogno di una tessera passepartout. Ma rimane una piccola parte. Ci sono, ovviamente, le scuole di pensiero, i punti di riferimento, ma nulla a che vedere con l’intellettualismo organico di stampo mediterraneo. I cosiddetti intellettuali d’area non sono una cartolina del mondo anglosassone. Semmai è il Potere, chiunque si ritrovi a incarnarlo, a dover essere il bersaglio (automatico) di chi fa informazione o opinione.

In Italia, invece, questa relazione «dialettica», non compromissoria, tra politica e informazione, viene ritenuta patologica, anziché fisiologica. Tanto è vero che di questo passo qualcuno pretenderà la doppia tessera dai giornalisti: quella dell’ordine e quella di un partito politico. E multe salate per chi voglia possedere solo la prima.

L’informazione è nata per controllare il potere. La sua credibilità dipende dal distacco nei confronti del Principe. Ma, in Italia, questo principio elementare di sana democrazia è considerato un’eresia, non un dogma; un disvalore, non un valore. Anzi, si fa di tutto per ottenere il contrario: la sovrapposizione, l’inciucio istituzionale tra controllori e controllati.

Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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