Martedì 19 Giugno 2018 | 18:02

Titolari e riserve della classe (s) dirigente

REGAN - Presidente Usa dal 1981 al 1989

REGAN - Presidente Usa dal 1981 al 1989

di GIUSEPPE DE TOMASO

Fiato alle trombe. La campagna elettorale è iniziata, anche se l’unica cosa certa è che si concluderà senza vincitori in grado di esprimere una chiara maggioranza di governo. L’Italia non è sola in Europa a patire il malanno ingovernabilità. L’impeccabile Germania è ancora alla ricerca di una coalizione autosufficiente dopo il voto di settembre che ha visto Angela Merkel metà vittoriosa metà sconfitta. Mal comune, mezzo gaudio, allora? Dipende.

L’Italia non è sola, in un’Europa assediata dai populismi, nella condizione di stallo governativo. Ma è di sicuro unica nella gestione quotidiana, nell’arretratezza e spesso nell’inconsistenza dei traguardi programmatici. Anzi, non si ha ancora notizia di programmi, nero su bianco, per la prossima legislatura. I propositi dei partiti vengono sciorinati con il contagocce, a caso, durante le trasmissioni tv, e tengono conto più dell’audience e dei sondaggi che della propria serietà-sostenibilità politico-finanziaria.

Un filo conduttore sembra accomunare leader e luogotenenti che pure si presentano distanti e distinti tra loro come mele e arance: l’indifferenza verso il fattore «debito pubblico». Eppure il debito rappresenta il principale ostacolo alla ripartenza economica, i cui primi timidi segnali di movimento non possono essere ritenuti definitivi e rassicuranti.

Si potrebbe osservare che durante le campagne elettorali si gioca a chi la spara più grossa e che, allo scopo di vincere, i competitori sarebbero disposti a distribuire più regali di Babbo Natale, salvo ricredersi un attimo dopo la chiusura dei seggi elettorali.

Magari fosse così. Purtroppo sono in parecchi ad essere davvero convinti che il debito pubblico non sia affatto più pericoloso di un vulcano in eruzione, e che, pertanto, più ci si indebita meglio è per tutti. Qualcuno, irresponsabilmente, ama citare la celebre battuta del presidente americano Ronald Reagan (1911-2004): «Se il debito è grande, sa camminare da solo».

Dimenticano, questi citazionisti, che l’America poteva e può consentirsi simili affermazioni per il semplice fatto che è l’America, la principale potenza (anche militare) del pianeta e, come tale, in grado di imporre la propria «legge», e di scaricare il proprio indebitamento, su tutti gli altri.

Ma c’è di peggio. L’indifferenza verso il «fattore debito», in Italia, si accompagna all’indifferenza nei confronti del «capitale umano» in politica. Per certi versi le due indifferenze si alimentano a vicenda e si livellano come vasi comunicanti.

I primi test di campagna elettorale sono deprimenti. I problemi del Paese, e del Mezzogiorno in particolare, non se li fila pressoché nessuno, Quasi tutti sono alla ricerca di una buona sistemazione in lista, molti vanno a caccia di una candidatura purchessia, chissenefrega del simbolo. Del resto l’Italia è l’unico Paese al mondo in cui la stagione della transumanza, in politica, non conosce pause, e addirittura inizia prima del voto: il viavai continuo tra destra, centro e sinistra, contagia persino gli aspiranti parlamentari, coloro che si affacciano da matricole sul proscenio elettorale. Conta solo la carriera personale. Con relativa indennità parlamentare.

Intendiamoci. Il fenomeno del trasformismo non è una novità, proviene da lontano. Il bello, o meglio il brutto, è che ora il trasformismo tende ad acuirsi ed aggravarsi a oltranza, e se un tempo era una condotta praticata con il rossore sul volto, oggi è una condotta rivendicata a viso aperto, con iattanza e prosopopea. Tanto, nessuna sanzione morale o elettorale colpirà cotanta spregiudicatezza. Anzi. Le stesse liste civiche che affollano, soprattutto a livello locale, l’arengo elettorale, spesso non sono altro che liste ciniche, contenitori di umori e proclami di rivincita da parte dei candidati esclusi dalle nomenklature.

Si dirà. E c’è chi lo già auspica: solo uno choc, un disastro conclamato, potrebbe salvare il Belpaese dal naufragio, visto che la prevedibile concomitanza tra emergenza finanziaria (debito) ed emergenza istituzionale (ingovernabilità) è destinata a mettere vieppiù in fuga dalla Penisola cervelli interni e investitori esterni. In passato è stato così: gli choc spesso sono serviti a ridare slancio e fiducia a una nazione in ginocchio.

Basti pensare all’ultimo dopoguerra, quando dalle rovine di un conflitto dissennato emerse una classe dirigente di altissimo valore, capace di ricostruire il Paese non soltanto sul piano economico.

Ma oggi? In caso di tracollo (tipo la Grecia al dissesto finanziario) ci sarebbe in panchina, in Italia, una classe dirigente di riserva, pronta a entrare in campo per ribaltare l’esito negativo della partita? Bah. Solo un inguaribile ottimista potrebbe rispondere affermativamente a questa domanda. Il problema nazionale non è solo l’inadeguatezza (eufemismo) della classe dirigente, ma, anche o soprattutto, l’inconcludenza di una possibile neoclasse dirigente. Per restare nella metafora calcistica: i titolari non sono un gran che, ma le riserve sono ancora più scadenti.

Sono peggiori perché, a differenza di quanto si verificò nel cambio di regime, sette decenni addietro, oggi la scuola non produce, né le ha prodotto, nel recente passato, élite prestigiose, paragonabili alla classe politica che affollò i banchi dell’Assemblea Costituente. La società civile odierna, in gran parte approdata a sigle populistiche, non è per nulla più affidabile della Razza Padrona al potere. E quando qualche esponente della società civile riesce a trovare un varco nelle strettoie istituzionali, quasi mai dà il meglio di sé. Gira e rigira, la questione non muta: la scuola.

La scuola anti-meritocratica ha forgiato un tipo di italiano ancora più superficiale e irresponsabile, il che ha generato una tendenza difficilmente contestabile: a partire dall’Assemblea Costituente ogni assemblea successiva si è rivelata più modesta di quella precedente. E oggi tutti si chiedono se davvero il prossimo Parlamento sarà più mediocre di quello appena congedato. Probabilmente sarà così, con l’aggravante che l’attuale sistema non sarà in grado di garantire la formazione di una maggioranza coesa e duratura.

Aveva ragione chi, già nel secolo scorso - figuriamoci adesso - diceva che gli italiani vanno salvati da se stessi, perché i loro racconti nazionali non sono I Promessi Sposi e Il Gattopardo, bensì Pinocchio e Bertoldo.

Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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