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Martedì 16 Gennaio 2018 | 22:08

Ai ragazzi più Repubblica
e un po' meno Gomorra

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella

di MICHELE MIRABELLA

Al tempo in cui i bambini andavano a scuola e, di sera, facevano i compiti e non si organizzavano in branchi di piccoli criminali, come capita oggi  per emulare le gesta dei «Gomorristi» televisivi, si studiava la storia su libri leggermente ingenui e con molte illustrazioni: erano disegni colorati, blandi succedanei dei fumetti che, in famiglia, erano  appena tollerati.
Al tempo in cui i ragazzini si macchiavano di marachelle scapestrate e non di reati da codice penale, quello adulto e per gli adulti, e come ci spiegano gli studiosi di psicologia e gli specialisti dell’età evolutiva.

Al tempo in cui i bambini andavano a scuola e, di sera, facevano i compiti e non si organizzavano in branchi di piccoli criminali, come capita oggi  per emulare le gesta dei «Gomorristi» televisivi, si studiava la storia su libri leggermente ingenui e con molte illustrazioni: erano disegni colorati, blandi succedanei dei fumetti che, in famiglia, erano  appena tollerati.

Al tempo in cui i ragazzini si macchiavano di marachelle scapestrate e non di reati da codice penale, quello adulto e per gli adulti, e come ci spiegano gli studiosi di psicologia e gli specialisti dell’età evolutiva, lo farebbero per emanciparsi dalla famiglia, dai libri di storia arrivavano ammonimenti paternalistici e un po’ patetici, a rileggerli, oggi, con l’ispido cinismo dei grandi. Ma tutto sommato blandamente istruttivi.

Al tempo in cui i giovinetti (Non si usa più, lo so. Lo faccio apposta ad essere fuori moda) non progettavano di diventare capobanda o spacciatori di droga o geni del crimine e non picchiavano le maestre, ma, tutt’al più, sognavano di rinascere cavalieri o vindici protettori dei deboli e delle donne, i libri illustrati di storia ci incoraggiavano a delineare un’idea del capo e del condottiero  del tutto fiabesca e manierata: erano re, principi, duchi e via scrutinando blasoni, conti e durlindane.

Tutto invitava la mente infantile a individuare nell’istituto monarchico lo stereotipo del potere supremo è indiscutibile e ad affidare alla monarchia il giacimento dei saperi connessi con la amministrazione di paesi e genti e popoli. Solo più tardi, con lo studio, ci emancipammo dalla sudditanza simbolica e diventammo popolo sovrano in grado anche di ribellarsi al potere comunque simbolicamente designato. Ma prima di tutto, la letteratura, la pittura, la storia soprattutto, financo la geografia, timidamente raccontata dalle vecchie carte politiche della Paravia che ancora portavano denominazioni magniloquenti come Regno d’Italia  e d’Albania, Impero Britannico, eccetera, appese nelle aule delle, ormai, repubblicanissime scuole pubbliche, spingevano a favoleggiare intorno a troni e sovrani. Anche quando di sovrano era finalmente rimasto il popolo.

L’Italia, del resto, impegnata a redigere cronache recenti di sconfitte sanguinose e troppo occupata in imprese edilizie più necessarie, non si curava di rimuovere con sollecitudine i marchi, le tracce e i segni del vecchio istituto monarchico sabaudo che malinconicamente sopravvivevano sui tombini, sulle cassette delle lettere, sugli edifici. E sui baveri dei commendatori più cocciuti.

Era naturale che la fantasia degli adolescenti del dopoguerra, qualche volta, rimpiangesse, senza averli conosciuti o averne provato la durezza del dispotismo e la decrepitezza istituzionale, sovrani, principi e principesse, la loro spettacolarità, lo sfarzo delle corti, la marzialità suggestiva del cerimoniale. Ancora oggi, dopo settanta e passa anni si è contemplato il goffo mistero penoso allestito da alcuni rampolli savoiardi pretendenti loculi altolocati per le spoglie di Vittorio Emanuele III. Incapaci di rassegnarsi al corso della Storia, reclamano impossibili e ingiusti risarcimenti.

Settanta anni fa la Costituzione della Repubblica Italiana nacque senza sontuosi clamori, ma come onesta, bellissima legge fondamentale di uno Stato democratico che non può temere il perdono umano e la solennità delle sentenze della Storia e riesce a trovare nelle sue più giuste istituzioni dignità e prestigio democratici.

Agli esordi, però l’istituto della Presidenza della Repubblica sembrava triste e opaco, suggeriva grigiori burocratici, rinviava a mansioni pazienti e impiegatizie. E, per colmo, escludeva feste, cortei, parate, fanfare, pennacchi e divise. Insopportabile per un bambino di allora.

Per giunta il primo, vero Presidente della Repubblica italiana, dopo l’onesto e monarchico De Nicola, fu Luigi Einaudi: lo ricordo in visita a Bari per inaugurare la Fiera del Levante, e noi, piccoli alunni delle Elementari, fummo arruolati ad applaudirlo lungo la strada. Vidi un uomo piccolo, vestito di scuro che barcollava appoggiandosi a un bastone. Ci dissero che era un galantuomo.

Più tardi, ai tempi dei libri senza figure, ai tempi dell’Università,  imparammo che, non solo era un galantuomo, ma era una grande mente economica e politica che ci veniva invidiata da molti paesi stranieri e che la sua rettitudine era proverbiale. Mi raccontarono che, durante un pranzo ufficiale offerto a un’altezzosa delegazione straniera al Quirinale, arrivato alla frutta, sbucciò una pera, la tagliò in due e disse: «Qualcuno ne vuole metà?». Il responsabile del cerimoniale invocò i sali per evitare lo svenimento.

L’entusiasmo che maturai da grande per quel galantuomo aiutò me e la mia generazione a confidare sommamente  nell’istituto repubblicano, benché messo a dura prova da qualcuno dei suoi  successori, ma il convincimento ha tenuto e rifiorì ai tempi dell’indimenticabile presidente Ciampi. E mi torna in mente osservando la riservatezza di modi, l’impeccabile correttezza istituzionale e l’intelligente stile politico del presidente Mattarella.

Questa sera rivolgerà il suo discorso al Paese Italia e al Paese Europa. È un bell’appuntamento con le istituzioni e con il popolo del loro più alto rappresentante, una tradizione il cui valore dobbiamo spiegare ai ragazzi, soprattutto a quelli che scopiazzano violentemente, compiendo reati, i nuovi divi di una discutibile televisione. Forse queste squallide, ma anche sanguinose, «gomorre» esaurirebbero la loro carica di narrazione idiota. Le vecchie favole contemplavano sempre re e principi un po’ sgualciti, ma furono archiviate soavemente dal genio di Collodi che, nell’incipit di «Pinocchio», invece del solito «C’era una volta un re» azzardò: «C’era una volta un pezzo di legno». E scrisse il capolavoro di un tocco di legno che diventa un bambino onesto.

Speriamo, speriamo tenacemente di non dover sostituire le monarchie con «gli uomini soli al comando». Comincerebbe, come direbbe Flaiano, la Repubblica delle pere indivise.

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