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Martedì 16 Gennaio 2018 | 22:10

Se la lettura resta fuori
dalle parole della politica

libri

In fatto di lettura l’Italia è tornata indietro di 15 anni. Gli ultimi dati diffusi dall’Istat hanno fotografato un Paese sempre più ripiegato su se stesso, in cui i libri - e in parallelo i giornali - hanno sempre meno seguaci. Se la media nazionale dà indici da spavento, il dato disaggregato per regioni è addirittura orripilante, con il Sud a livelli da Terzo mondo. Nonostante la gravità, la notizia ha provocato solo reazioni di circostanza. Per un giorno sui quotidiani a stampa, per alcune ore sui siti online, in coda a qualche tg, giusto per raccogliere un po’ di dichiarazioni di maniera. Insomma, è un fatto scontato che in Italia si legga sempre meno e che al Sud i libri siano ormai più rari di un congiuntivo azzeccato da Di Maio. Ma davvero leggere è così irrilevante nella nostra vita?

E perché l’Italia, nonostante la fulgida tradizione culturale, è sempre più indietro degli altri Paesi europei? Due domande insulse ora che è ufficialmente partita una campagna elettorale che in realtà dura da un paio d’anni. Chissenefrega dei libri. Pensiamo ai vari redditi di inclusione, di povertà, di reinserimento insomma comunque si chiamino gli specchietti per le tante allodole in difficoltà. Pensiamo ai posti in lista, alle alleanze per governare, però non chiamiamole alleanze sennò sembra la Dc del secolo scorso. Pensiamo alle tasse da tagliare, come ha fatto quel genio di Trump in America, così diventiamo tutti più ricchi. Pensiamo ai migranti da cacciare perché ci tolgono il lavoro, mangiano e dormono a sbafo e ci rubano pure le donne. Se, come tutto lascia pensare, questi continueranno a essere i temi della campagna elettorale, si capisce perché in Italia leggere sarà sempre più roba da ricchi, meglio da élite.

Sulla lettura si fonda la capacità critica e analitica della civiltà occidentale. Nell’infinito cammino dai Sumeri ai Greci ai Latini è stato costruito non solo il più sofisticato e duraturo modo di comunicare, ma anche e soprattutto un sistema di pensiero capace di indagare e comprendere la realtà in tutte le sue manifestazioni. Einstein e Agostino d’Ippona, nonostante epoche e attività diverse, hanno in comune la lettura di molti libri. E senza quelle letture l’uno non sarebbe riuscito a scandagliare le profondità della fisica, l’altro quelle dell’animo umano.
Leggere sembra oggi un’attività un po’ snob, riservata a chi ha tempo da perdere. Ad aggravare la situazione e renderla paradossale, il diffondersi del più potente e pericoloso strumento di comunicazione inventato dall’uomo: Internet. Bighellonando fra blog e social, ci sono miliardi di miliardi di parole che tutti insieme scriviamo. Ma solo una parte infinitesimale di esse viene letta. Le altre giacciono lì abbandonate al loro destino, a testimonianza dell’infeconda prolificità della Rete. Ci sono racconti, lettere, testimonianze, propositi, deliri, proteste, tutto ciò che è possibile tradurre in parole. Ma non c’è nessuno che dedichi più di qualche secondo a quei testi. Siamo ormai entrati nella civiltà della scrittura (le case editrici sono oberate di richieste di pubblicazione) assistendo all’agonia dell’azione parallela e corrispondente: la lettura.
Per farsi notare in questo universo di vocali e consonanti è necessario ricorrere agli slogan, alle frasi fatte, alle assonanze, ai doppi sensi. Tanti espedienti per attirare l’attenzione, ma che alla fine si traducono in un unico risultato: banalità e superficialità.

La metastasi che oggi insidia la nostra civiltà è l’orizzonte ridotto all’oggi. E l’attualità è l’essenza stessa della Rete che cristallizza nell’eternità ogni attimo presente. Ma ci blocca su quello, ci inibisce la capacità di andare oltre. Leggere un libro e talvolta un buon giornale è un’azione eversiva rispetto alla dominante logica del web. Perché crea la capacità di «vedere» oltre l’attimo presente. Se i politici si occupassero seriamente di tutto questo potremmo alla fine costruire anche una società migliore, immaginare un rinascimento che pure nella storia – in quella italiana soprattutto – c’è stato e che guarda caso è nato dai libri e dall’arte. Ma se il passato è una stagione irripetibile, potrebbe essere almeno imitabile. Solo che affrontare questi temi non porta frutto nell’immediato: niente consensi, niente voti, niente potere da gestire né poltrone da riservare a mogli, parenti, amici e amanti. Certo, qualche dichiarazione non mancherà e in qualche «programma» di governo ci sarà ancora spazio per le politiche culturali e la milionesima riforma della scuola. Ma giusto per salvare le apparenze, come il pane a tavola: lo devi mettere, anche se nessun commensale lo mangerà. Così iI libri diventano roba da élite, proprio come racconta l’Istat.

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