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Martedì 12 Dicembre 2017 | 03:53

Se questo è un uomo
(la nuova schiavitù)

COME SCHIAVI - Uno sbarco

COME SCHIAVI - Uno sbarco

di RENATO QUADRATO

È tornata la schiavitù nel terzo millennio? Pare proprio di sì. Lo attestano le immagini televisive, scioccanti, di esseri umani venduti in Libia per pochi soldi, e aggiudicati al miglior offerente.

Una testimonianza sconcertante, resa pubblica da un video che ha fatto il giro del mondo. La compravendita, documentata con telecamere nascoste, mostra una realtà orribile, inimmaginabile: un commercio di esseri umani, trattati come merce e consegnati agli acquirenti, “mercanti di uomini”, come titola il suo libro Loretta Napoleoni (2017).

È un film dell’horror che ci riporta indietro nel tempo. E, parafrasando Primo Levi, la narrazione della perdita di umanità all’interno dei lager, verrebbe da chiedersi “se questi sono uomini”. Si risale così alla pratica della schiavitù nel mondo antico, alla soggezione di una persona al potere di un padrone, oggetto di proprietà, come fosse una cosa: una “proprietà animata”, come scrive Aristotele nella Politica (I.4.1253b), anticipando la descrizione che ne fa Marco Terenzio Varrone, fecondo scrittore latino, che, nell’opera sull’agricoltura, occupandosi dei mezzi necessari alla coltivazione dei campi, descrive lo schiavo come “attrezzo che parla” (instrumentum vocale), distinguendolo dal bue, “attrezzo semivocale”, e dal carro, “attrezzo muto” (De re rustica, 1.17.1).

Insomma, in quel video si vedono persone ridotte a schiavi, “schiavi moderni”, come li ha definiti il nostro Presidente della Repubblica nel celebrare la Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù, decisa dalle Nazioni Unite. Una ricorrenza, quella del 2 Dicembre, la quale, nonostante la Convenzione di Ginevra sui diritti umani, ci ricorda che la schiavitù nella sua versione attuale, ma che ricalca quella antica, è un fenomeno tutt’altro che debellato. È una oscenità tuttora presente, come emerge dal Global estimates of modern slavery, che rivela l’esistenza di 40 milioni di soggetti costretti a fare da schiavi, 25 milioni dei quali (il 62%) concentrati in Asia.

Una vergogna dalla quale non è immune neppure la nostra “civilissima” Europa, dove il dato è di 3,9 ogni 1000 abitanti. Dov’è finita la dignità dell’uomo? Quelle immagini sono un’accusa alla comunità internazionale, che tollera una tale aberrazione. Eppure, finanche in una società in cui la schiavitù era una istituzione giuridica, non mancano fonti che non esitano a definirla “contraria alla natura”, come si legge in un passo del Digesto di Giustiniano (1.5.4), in cui il giurista romano, Fiorentino, dopo aver descritto la libertà come una “condizione naturale” (libertas est naturalis facultas), le contrappone la schiavitù quale istituto (constitutio) secondo cui “qualcuno è assoggettato contro natura al dominio altrui” (qua quis dominio alieno contra naturam subicitur).

E Seneca, il grande intellettuale romano, sente il bisogno di difendere la dignità degli schiavi, rivendicando in una delle sue Lettere a Lucilio, dedicata al tema, la loro natura umana: “sono schiavi, ma sono innanzitutto uomini” (servi sunt, immo homines), scrive, “vivono con te, sono tuoi umili amici, o meglio sono i tuoi compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha lo stesso potere su di essi e su di noi” (Ep. 47.1). Nella stessa linea, nel denunciarne il trattamento crudele, aggiunge: “Pensa che costui che tu chiami schiavo è nato dagli stessi semi, gode dello stesso cielo, e come te respira, vive e muore” (Ep. 47.10). Si avverte nelle pagine del filosofo latino una eco della massima evangelica, un’analogia con il messaggio cristiano (tanto da far sorgere la leggenda di rapporti intercorsi fra lui e San Paolo), che predica l’amore tra gli uomini, “membra di un grande corpo”, che “la natura ha reso parenti”, “generandoli con gli stessi elementi e per gli stessi fini”, sicché “la nostra società è molto simile a una volta di pietre, che cadrebbe se le pietre non si sostenessero reciprocamente, sorreggendo così tutta la volta” (Ep. 95.53).

Sono riflessioni di alto valore etico, risalenti ad un autore che pur essendo vissuto nel I secolo d. C., e dunque ben duemila anni fa, appare più vicino a noi di molti nostri contemporanei. Sono, i suoi, pensieri che si ritrovano in qualche misura nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la quale, nel suo preambolo afferma che “il riconoscimento della dignità inerente a tutti membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”, e rileva che “il disconoscimento, il disprezzo dei diritti dell’uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità”. Uno statuto, quello approvato a Parigi il 10 Dicembre 1948, nel cui dettato si legge, all’articolo 1, che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”; e, agli articoli 4 e 5, che “nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”; “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti”.

A leggere, anzi a rileggere, queste disposizioni non si può non provare una profonda preoccupazione e una delusione cocente. A quasi sessant’anni dalla sua approvazione da parte delle Nazioni Unite, la Dichiarazione risulta tutt’altro che rispettata. Quella che doveva risultare la “pietra angolare del poderoso e complesso edificio che si è venuto gradualmente a costruire ... fattore di stimolo per lo sviluppo ulteriore dei diritti umani e per una loro completa ed efficace protezione”, non ha prodotto i frutti sperati. Lo ammette, e con una certa, comprensibile amarezza, anche Ugo Villani (Dalla Dichiarazione universale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, Cacucci 2016), nel registrare “uno scenario tutt’altro che confortante per quanto riguarda l’effettivo rispetto dei diritti umani”, che “risultano gravemente violati”, e che pur se “spesso proclamati quali irrinunciabili, indisponibili, imprescrittibili”, si rivelano però “estremamente fragili e vulnerabili”.

Una situazione sconfortante, se si pensa che pur non illudendosi la Dichiarazione universale di “garantire, quasi con un colpo di bacchetta magica, il riconoscimento dei diritti in essa proclamati”, si poneva, comunque, “espressamente come un ideale comune da raggiungere”. Ma, purtroppo, come rilevava, e con sensibilità profetica, Giuseppe Capograssi in un suo studio pubblicato nel 1950, e introduttivo alla Dichiarazione, “non sono gli Stati, siamo noi stessi, che abbiamo la responsabilità della storia”.

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