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Lunedì 11 Dicembre 2017 | 18:23

Le occasioni mancate
di Renzi e i due forni
di Grillo e Silvio

Matteo Renzi

di Giuseppe De Tomaso

Ormai è scontato. Né Romano Prodi né Piero Fassino realizzeranno il miracolo della tregua elettorale tra Matteo Renzi e la sinistra. Non ci riusciranno innanzitutto per la motivazione spiegata da Pier Luigi Bersani: con regole del gioco non più maggioritarie, ma prevalentemente proporzionali, gli accordi tra i partiti verranno stipulati dopo il voto, non prima. Ma i due mediatori non riusciranno nell’impresa anche perché le distanze programmatiche tra il Pd e gli ex Pd sono pressoché incolmabili. Basti pensare che la sinistra chiede la soppressione del Jobs Act, la riforma (mercato del lavoro) simbolo del triennio renziano al governo.

Il segretario del Pd potrebbe pure accettare qualche correzione al provvedimento, ma non la relativa sconfessione. Per lui sarebbe un suicidio. Basti pensare, inoltre, che la sinistra di fatto pone una pregiudiziale anti-Renzi su Palazzo Chigi. Il leader piddino potrebbe pure rinunciare alla candidatura automatica a premier, ma non potrebbe escludere di essere della partita. Se accogliesse questa richiesta si consegnerebbe mani e piedi ai suoi rivali e metterebbe in discussione la sua stessa leadership nel partito.

Il punto è questo. L’arcipelago di sigle alla sinistra del Pd vuole eliminare dal proscenio l’ex premier, o tutt’al più commissariarlo senza particolari riguardi. Di conseguenza: la mediazione di Prodi potrebbe andare bene - secondo la sinistra - solo se spianasse la strada al prepensionamento di Renzi. In caso contrario, arrivederci anche a Prodi. Quanto a Fassino, anch’egli impegnato nel tentativo di riavvicinamento tra i duellanti, c’è poco da aggiungere: l’ex sindaco di Torino viene considerato troppo contiguo a Renzi per poter fare da arbitro nella trattativa.

E poi. La rottura nel Pd è troppo recente per immaginare il colpo di scena della riappacificazione fra i separati. E le ambizioni individuali sono così radicate da non poter mettere in conto un vicendevole, generale, passo indietro.

Matteo Renzi è uomo d’istinto, non di riflessione. L’istinto lo porta a ingaggiare battaglie campali, come testimonia la sua scalata all’ Olimpo del Pd. L’istinto lo porta a decidere su problemi che, in passato, non sarebbero mai giunti a soluzione, perché bloccati nel pantano delle mediazioni a oltranza. Ma il deficit di riflessione ha portato e porta Renzi a una lettura frettolosa degli eventi in corso, anche a scapito della sua carriera personale.

Lasciamo stare il suo solipsismo congenito, che lo ha indotto a non privilegiare il gioco di squadra, a non creare una formazione di pronto intervento in grado di attutire gli urti delle sconfitte e della cattiva sorte. Ma Renzi ha perduto due occasioni-chiave, che avrebbero potuto ridargli smalto sotto una nuova luce.

La prima occasione svanita va collocata all’indomani dello strepitoso successo alle elezioni europee (40,8% di voti) nel 2014. Era il momento opportuno, forse irripetibile, per cavalcare l’onda favorevole e rimediare alla mancanza di una legittimazione popolare che più tardi gli verrà rinfacciata da rivali interni e avversari esterni. Se fosse andato alle urne nel 2014, Renzi avrebbe probabilmente fatto il pieno dei voti e nessuno successivamente avrebbe tirato in ballo la questione di un’investitura elettorale tutta da verificare.

La seconda occasione smarrita va cercata all’indomani dell’insuccesso referendario (dicembre 2016) sulla riforma costituzionale. Renzi aveva detto che in caso di flop si sarebbe ritirato dalla vita politica. Dopo la delusione, si è dimesso da premier e, in seguito, da segretario Pd. Ma si è subito tuffato nel mare delle primarie, per la guida del partito. Operazione conclusasi con un ottimo risultato (70% dei voti). che però non ha scoraggiato i tentativi di misconoscere la leadership del Capo.

Ecco. Renzi, dopo la battuta d’arresto referendaria, avrebbe dovuto riflettere sul fatto che la sua stagione alla vetta del Pd era terminata e che era giunta l’ora di spiazzare tutti ricorrendo alla mossa del cavallo: lasciare il Pd e dar vita al Pdr, al partito di Renzi, a un partito cioè che ripartisse proprio dai temi proposti nel referendum bocciato. Nessuno avrebbe avuto nulla da ridire di fronte a un gesto, tutto sommato, di coerenza. Lui avrebbe continuato a battere il ferro sulle riforme, gli altri meno. Lui avrebbe trascorso un periodo a bordo campo, gli altri no. Ma in politica nulla è mai definitivo. Ci sono vittorie che presto si tramutano in sconfitte e sconfitte che alla lunga si trasformano in vittorie.

Adesso, invece, Renzi non può più distribuire le carte. Non c’è chi lo fa a sinistra. Così come non c’è chi lo fa al centro o a destra. Ma Renzi è quello che rischia di più, visto che, indipendentemente dai voti, tra lui e gli anti-renziani di sinistra c’è più incomunicabilità che in un film di Michelangelo Antonioni (1912-2007).

Dopo le elezioni di primavera potrebbero essere Silvio Berlusconi o Beppe Grillo a distribuire le carte. Entrambi, Silvio e Beppe, in caso di affermazione dei loro partiti, potrebbero optare tra due forni. Berlusconi tra Pd e Lega. Grillo tra Lega e sinistra già piddina.

E si sa. In un sistema proporzionale, governa chi ha più forni a disposizione.

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