Cerca

Mercoledì 13 Dicembre 2017 | 06:39

Il grimaldello
per riaprire
il dibattito sull'eutanasia

eutanasia

di Michele Partipilo

Nei suoi ultimi giorni Giovanni Paolo II si oppose a un nuovo ricovero al Policlinico Gemelli. Era consapevole che il soffio vitale in lui era prossimo a spegnersi. «Nunc dimittis servum tuum domine» («Ora lascia che il tuo servo vada in pace») aveva scritto nel suo testamento, ripetendo le parole del vecchio Simeone riportate nel Vangelo di Luca. Sono le parole che ogni credente vorrebbe pronunciare quando s’accorge che la parabola terrena si è ormai consumata. L’ora della morte è la più nera. Lo stesso Gesù - raccontano i Vangeli - sudò sangue pensando a ciò che l’aspettava sul Golgota.

Se in passato la morte è stata assai presente nella vita (basti pensare alle «confraternite della buona morte») e nell’insegnamento delle religioni, il mondo moderno l’ha completamente rimossa.

Con l’ipocrisia tipica dei nostri giorni si preferisce parlare di «fine vita». Anche papa Francesco ieri ha detto la sua inviando un messaggio al convegno sul «fine vita» promosso dalla Pontificia accademia per la vita. Le sue parole sono state immediatamente fagocitate dalla politica italiana, alle prese da sempre con la legge sul biotestamento. E, come spesso accade con papa Bergoglio, sono state interpretate in maniera opposta. Difensori della vita a ogni costo e sostenitori dell’eutanasia hanno creduto di riconoscersi nel messaggio papale. Forza della dialettica o incapacità dell’intelletto.

Bergoglio nella sostanza non ha detto nulla di nuovo. Ha ribadito l’antico no all’accanimento terapeutico, cioè a quelle cure invasive, sfibranti e che non hanno alcuna speranza di riuscita. Deve esserci una «proporzionalità» delle terapie alla situazione concreta. A volte sembrano somministrate solo per testarle su cavie involontarie, altre volte per tacitare i sensi di colpa di chi in quel momento ha il terribile peso di decidere. Ma nelle parole del Pontefice è chiaro il limite fra evitare l’accanimento terapeutico e ricorrere all’eutanasia: «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come peraltro specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica. Al dolore e all’inspiegabilità del distacco, oggi si aggiunge la superbia tecnologica e scientifica dell’uomo che vede nella morte la sua sconfitta più bruciante. Se vogliamo, anche l’eutanasia, parente stretta del suicidio, ha le radici in questa esaltazione dell’autodeterminazione: la vita è mia e decido io quando morire. Un’idiozia, se si considera che nessuno ha deciso per sé quando venire al mondo e che ogni nascita è il misterioso intrecciarsi di una serie enorme di circostanze. Ma tant’è. Oggi sempre più spesso la vita è frutto di programmazione: rispetto al lavoro, alla carriera, alle condizioni economiche, al desiderio di avere un figlio, come se fosse un’automobile o una bella casa. E allora anche la morte deve diventare la stessa cosa. Ma il papa, che pure più d’una concessione ha fatto in materia dottrinale, ieri non è sembrato discostarsi molto dal tradizionale pensiero della Chiesa.

C’è solo un punto, in coda al suo messaggio dove, pur richiamando ancora il Catechismo della Chiesa cattolica afferma: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità». È «anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità». C’è in questo passaggio forse l’unica possibile svolta e cioè un maggiore spazio all’autodeterminazione. Ma - si noti bene - è uno spazio concesso al malato che ha competenza e capacità e che deve essere in grado di dialogare con i medici. Dunque, un soggetto pienamente consapevole e attivo. Ma nulla autorizzano queste parole del Papa nel caso in cui il soggetto non possa prendere alcuna decisione, ma devono farlo i familiari per lui. Nel caso di Eluana Englaro o di dj Fabo - accompagnato a suicidarsi in una clinica svizzera - nulla cambierebbe. E il problema principale di una legge sul biotestamento resta proprio questo: quanto e come la volontà di un paziente può essere tutelata, tenendo conto che essa potrebbe essere cambiata da quando ha avuto modo di esprimerla.

Non è onesto da parte del mondo politico scaricare sulle spalle del Papa la responsabilità delle proprie scelte né utilizzare le sue parole come un grimaldello per riaprire il dibattito su una questione come l’eutanasia. Così come, anche in virtù della popolarità mediatica, Francesco potrebbe spendere qualche parola contro l’ipocrita scomparsa della morte dall’orizzonte etico e religioso della società. Totò, un comico, aveva dedicato allo scabroso tema una indimenticabile poesia. Un Papa potrebbe fare di più, evitando così anche qualche equivoco sul suo pensiero. Il vecchio Simeone c’era riuscito.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Altri articoli dalla sezione