Giovedì 16 Agosto 2018 | 08:05

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Il doppiopesismo
degli insulti
mortifica sempre la donna

odiatori

Che le donne in politica fossero indigeste, lo abbiamo sempre saputo. Che i commenti da barsport fossero entrati nel lessico delle istituzioni, beh, questa è nuova. A Bari, dall’urna dell'assemblea municipale, durante una votazione (ovviamente a scrutinio segreto) com’è noto è spuntata una scheda con un insulto sessista contro la consigliera d'opposizione Irma Melini.
Scompiglio in aula, consiglio interrotto. Un livello così basso non lo si era mai toccato.

Ora, certo, è cominciata la caccia al colpevole, con tanto di richiesta di perizia calligrafica, ma forse c’è da interrogarsi sul clima complessivo che si respira a Palazzo: chiunque abbia insultato la Melini ha avvertito il senso della decadenza, della fine della legge morale, quella che ciascuno ha dentro a prescindere dalle regole, e si è sentito comunque impunibile. Un tempo, probabilmente, il mondo della politica era intimamente più sessista (perché davvero era un'enclave preclusa alle donne) ma nessuno si sarebbe permesso di dare della puttana a una collega, indipendentemente dall'appartenenza partitica o ideologica. Una manciata d’anni or sono Umberto Bossi, per esaltare le doti del suo partito, eruttò «La Lega ce lo ha duro!». Da quel momento, forse, la liturgia istituzionale ha cominciato a vacillare, le grida e gli insulti hanno lentamente preso il posto del fair play e il punto di non ritorno è diventato una boa lontana alle nostre spalle.

Ma la storiaccia della consigliera insultata, come l’effetto domino, ci porta su una serie di altri terreni. Il profluvio di solidarietà, ad esempio. La corsa a schierarsi dalla parte della vittima fa oggettivamente un po' senso per quella mistura mielosa di retorica e ipocrisia. Ben altri atteggiamenti solidali andrebbero riservati alla presenza femminile in politica. Un esempio su tutti: i tempi. Molte donne hanno spesso lamentato i cinici orari fissati per le riunioni di partito: le 3 del pomeriggio, le 10 di sera. Ovvio che così tagli automaticamente fuori le madri, che presumibilmente in quei momenti hanno da dedicarsi ai figli - posto che nella nostra società l’accudimento di un figlio è una condanna di inconciliabilità.
Atteggiamenti solidali verso una donna che fa politica non sono scrivere tre righe di comunicato stampa in caso di offese e minacce, quanto consentirle un accesso facile a stanze di partito e aule di Palazzo. Accesso facile che non siano le maledette «quote», questo avvilente contentino che purtroppo anche certe componenti della sfera femminile invocano (o pretendono). Le «quote rosa» sono una mortificazione. Non è un caso che professioni un tempo inaccessibili - magistrati, ingegneri, notai, medici - siano sempre più femminili. E nessuno le ha regolamentate con umilianti «quote».

C’è, infine, da tornare all’insulto sessista e all’humus che lo ha partorito, quella subcultura che produce pesanti giudizi morali sulle prede e nessuna voce di dissenso sul predatore, ad esempio il potente produttore cinematografico statunitense. «Bel chiavico!», direbbero al barsport. O forse anche in un’aula consiliare.

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