Cerca

Martedì 21 Novembre 2017 | 18:15

Gli italiani?
Più longevi
meno pensionabili

Gli italiani?  Più longevi  meno pensionabili
di Gino Dato
Uno spettro si aggira in Europa: la longevità. Con il traguardo di 82, 6 anni di vita gli italiani si collocano al top delle classifiche, subito dopo il Giappone, la Spagna e la Svizzera. Dal 1970 ad oggi, in circa mezzo secolo abbiamo allungato il passo di qualcosa come 10 anni, e per questo ci proiettano in tempi brevi verso nuovi primati. Tutti vecchi doc e felici allora? Purtroppo non è così. Una recente ricerca della Uil getta ombre sul futuro dei pensionati italiani: si godono l’assegno per una durata di tempo inferiore rispetto ai coetanei degli altri paesi europei: gli uomini per 16 anni e 4 mesi, 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea, le donne per 21 anni e 7 mesi, 1 anni e 7 mesi in meno.
La ricerca attribuisce questo gap al fatto che vantiamo un ritardo nel pensionamento di ben 3 anni, scarto che ci colloca all’ultimo posto tra le economie più avanzate della Ue e parecchio indietro nella classifica della Ue a 28. E per questo “Non c’è nessun motivo di aumentare l’età pensionabile in modo generalizzato, continuando a fare parti uguali tra diseguali“, ribadisce il segretario confederale Domenico Proietti. Il più delle volte, anche quando la sorte ci aiuta spalmando di argento gli anta, andare avanti significa essere destinati a trascorrere più tempo a combattere alcune cronicità o insorgenze patologiche. La medicina e la genetica, insieme alle scienze, ci hanno regalato nuove e più durature gioie da vivere insieme ai nostri cari, ma la sorte non riesce ad allontanare da noi la caducità e la morbilità. L’elisir di lunga vita, più che una performance degli interessati, sembra perciò essere lo spauracchio che anima i tristi ragionieri dello Stato, i quali nei loro calcoli agiscono come se la longevità fosse un dono per tutti gli anziani, secondo medie che, come tutte le medie, ricordano più il pollo di Trilussa: ce ne spetta metà a testa, dicono i numeri, che però tacciono sulla domanda: petto o coscia? Ma soprattutto nascondono che, tra due persone, a una ne toccherà tre quarti, all’altra solo un quarto.
L’altro quesito attiene alla complessità delle relazioni interpersonali sul posto di lavoro e allude al clima non sereno che assai spesso, nella ricerca di efficienza e produttività, si instaura per il raggiungimento di obiettivi che, gravosi o non gravosi, comunque stressano. Ci chiediamo: quale veridicità provata hanno i parametri di usura di un lavoro comparati ad altri? Come si fa ad accertare, con tutto il rispetto per la sacralità di un lavoro, che la fatica di un infermiere, per fare un esempio, sia, a conti fatti, più gravosa di quella di un impiegato, stressato al desk dalla petulanza del pubblico? Bene fanno allora i sindacati, sia ben chiaro, a impuntarsi perché si allarghi la platea delle professioni - attualmente salite a 15 - i cui lavori vengano dichiarati gravosi, perché, ancora, l’arco di calcolo sia di 7 anni in 10 anni, e non di 6 su 7, e perché si accorcino da 36 a 30 gli anni di contribuzione minima per accedere al “privilegio”. E ben fanno a richiedere che venga intensificate, secondo intervalli di tempo più corti, le occasioni in cui verificare periodicamente i meccanismi di revisione.
Ma rimane, tutta, e insita nello stesso meccanismo di revisione dell’età pensionabile, pur ben calibrato e perequato, la questione sociale di una iniquità diffusa Continueremo a dividerci, come ormai accade da alcuni anni, in fasce di redditieri più o meno precoci, a seconda che l’econometria ci folgori sulla via della retta vita e che la sorte ci favorisca. La coperta di Linus, quale che sia il lembo da cui la tiri, lascerà sempre qualcuno con i piedi scoperti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Altri articoli dalla sezione