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Lunedì 23 Aprile 2018 | 21:38

Dal trasformismo
dopo il voto
al trasformismo
prima del voto

Dal trasformismo  dopo il voto  al trasformismo prima del voto

di Giuseppe De Tomaso

Una volta Giulio Andreotti (1919-2013), pezzo da novanta sornione e cinico, paragonò la carriera politica a una sala cinematografica. «Chi entra in sala - spiegò il Divo - deve sistemarsi nel primo posto libero che trova, poi appena fa meno buio, o tra il primo e secondo tempo, potrà spostarsi verso una poltrona migliore, da cui vedere meglio». A quei tempi non esistevano le multisala, con il posto già assegnato, e il viavai tra gli spettatori per cercare la visuale più favorevole non finiva mai. Ma il consiglio andreottiano, in verità poco noto rispetto ad altre celebri massime del gobbo più dritto d’Italia, sembra aver fatto breccia nel generone politico nazionale, specie tra coloro che concepiscono la candidatura al Parlamento (e non solo) come l’occasione della vita, come l’unica possibilità di salire su una scala sociale bloccata da tempo.

Liste e partiti sono i taxi più frequentati del momento. Ci si avvicina e ci si allontana da loro sulla base dei calcoli sulle prospettive della carriera personale. Solitamente ci si accosta alle formazioni in crescita (a detta dei sondaggi), ma ci si accosta soprattutto alle chiese politiche in grado di assicurare un’elezione quasi certa. In caso di risposte negative, ci si rivolge ad altri possibili dispensatori di promesse e illusioni: di destra, di sinistra o di centro. L’importante è entrare nel Palazzo. O, per quelli che già vi dimorano, non uscirne almeno per i successivi cinque anni.

Ci mancava la nuova legge elettorale per esasperare questo stato di cose. Le leggi elettorali sono come le auto fresche di fabbrica. Hanno bisogno di un breve rodaggio, ma soprattutto i loro guidatori necessitano di tempo per diventare padroni del mezzo. Le riforme elettorali sono così: un salto nel buio. Infatti spesso penalizzano proprio i loro ispiratori e artefici. Nessuno conosce alla perfezione tutti i meccanismi e tutte le insidie, non preventivate, che un provvedimento nuovo di zecca potrebbe nascondere. Di conseguenza, tra gli addetti ai lavori e tra gli aspiranti tali, dilagano incertezza e nervosismo. Risultato: si genera una sorta di effetto fisarmonica, che porta le liste in gestazione ora ad aumentare ora a diminuire di numero. Tutto dipende, si capisce, dagli oracoli dei sondaggi che, specie sulle sigle che oscillano tra l’1% il 3%, il 5% o l’8% producono reazioni a catena, che incidono sulle carriere di leader e candidati vari.

L’attuale conflittualità a sinistra non è figlia di una tradizionale vocazione a dividersi. Un tempo ci si spaccava sull’ideologia, perché il Verbo era il Verbo, e chi si distaccava dal Verbo doveva mettere in conto un futuro da eretico, isolato e emarginato. Oggi ci si divide sulle alleanze, sui nomi, sui compagni di strada: per cui si può essere in disaccordo su tutto, tranne che sull’obiettivo di combattere un nemico comune (vedi il caso Renzi). Ma ci si può spaccare sulle ambizioni individuali, ossia sulla definizione delle candidature, sulle relative collocazioni in lista. Per cui, dichiarazioni che possono sembrare dettate da valutazioni politiche, in realtà, specie alla vigilia di un test elettorale come quello del 2018, tradiscono messaggi, segnali e riflessioni di natura esclusivamente personale. Abitualmente, più ambizioni ci sono, più liste spuntano. Il che vale per la sinistra e per la destra, anche se a destra il fattore Berlusconi ora sta esercitando una funzione aggregante, non divisiva.

Il presidente del Consiglio Agostino Depretis (1813-1887) è stato l’antesignano, il leader che, nell’Ottocento, ha inaugurato e brevettato la pratica del trasformismo: un concentrato di compromessi, clientelismi, manovre di corridoio, spregiudicatezza nelle alleanze, indifferenza ai programmi presentati agli elettori, incoerenza ideologica con la linea del partito e della coalizione e via di questo passo. Ma il trasformismo alla Depretis si scatenava dopo il battesimo di una legislatura. Il trasformismo di questi anni, invece, parte già in campagna o in precampagna elettorale, in ogni caso alla vigilia di una nuova legislatura. 

Il sistema elettorale è il principale concime di queste coltivazioni spurie, fatte di giochi individuali e collettivi portati all’ennesima potenza. La formazione delle liste, la scelta dei candidati costituiscono il preambolo più clamoroso, il segnale più evidente di una prassi, il trasformismo appunto, che troverà nelle trame parlamentari la sua sublimazione definitiva.
Di record in record. Ripetiamo. Un tempo i trasformisti entravano in azione dopo il voto. Adesso si muovono prima del voto. Non sappiamo quale sarà il prossimo traguardo. 

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