Lunedì 18 Giugno 2018 | 07:28

Prostituzione
le colpe anche
degli utilizzatori finali

prostituzione

Merita il più convinto sostegno l’iniziativa, promossa dalla CISL nazionale e locale, diretta a colpire i clienti di quelle , che, solo impropriamente, continuiamo a chiamare “prostitute”, ma che invece rappresentano una ben più tragica realtà rispetto al c.d. “più antico mestiere del mondo”. Chi chiede prestazioni sessuali nei nuovi mercati delle schiave a cielo aperto, deve essere punito allo stesso modo di colui che organizza lo sfruttamento di questo tipo particolare di nuova prostituzione. Egli utilizza servizi non di “prostitute”, nel senso tradizionale del termine, ma di “prostituìte”, cioè di schiave, spesso adolescenti o anche bambine; e, con tale sua condotta, contribuisce agli enormi profitti della criminalità organizzata, che organizza e gestisce quei mercati a cielo aperto, sopra tutto nei territori assoggettati al suo completo dominio.

Le strade statali, le complanari e le strade di campagna del territorio, che fa parte della nostra città - come accade in quasi tutte le nostre città ed in moltissime strade nazionali (si pensi alla 106, intorno a Cassano Ionio, regno della ‘ndrangheta calabrese)- sono i luoghi, in cui la nostra criminalità locale partecipa all’enorme giro di affari nazionale di quasi cento milioni di euro annui, al quale contribuiscono quasi tre milioni di clienti per l’intero territorio nazionale. Punire la domanda per eliminare la fonte di guadagno diretta della criminalità organizzata, tutelando in pari tempo la dignità e la libertà delle schiave, esportate spesso dolosamente dal proprio paese e private persino dei propri documenti personali, costituisce la strada maestra, per privare la criminalità organizzata della fonte più immediata dei propri guadagni, proteggere l’economia da pericolose infiltrazioni di denaro sporco e, innanzi tutto, tutelare donne, che sono oggetti materiali sotto il dominio dei propri padroni. E ciò, in piena sintonia sia con la nostra Costituzione, che comprende diverse norme incompatibili con ogni forma di schiavitù (es. art. 13), sia con la disciplina, prevista dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (art. 4) e dalla Carta europea dei diritti fondamentali (art. 5), che vietano ogni tratta di esseri umani. D’altra parte, chi utilizza prestazioni di schiave, non può vantare alcuna tutela della sua libertà personale né, tanto meno, di diritti fondamentali, come la riservatezza della propria vita privata. Diventa perciò assolutamente necessario che il Parlamento sblocchi le proposte di legge, da tempo presentate, a partire dalla proposta di legge n. 3890 del 2016, presentata dalla deputata Caterina Bini, ed altre analoghe, che si muovono nel senso di sanzionare la domanda dei clienti. In attesa dell’auspicabile intervento legislativo, l’art. 4 del d.l. 20 febbraio 2017, n. 14, convertito con l. 18 aprile 2017, n. 48, il c.d. “decreto Minniti”, ha dato espressa legittimazione al potere dei sindaci di emettere ordinanze , che prevedono l’arresto e le multe per i clienti delle schiave prostitute, colmando in tal modo, anche formalmente, il presunto vuoto legislativo, denunciato in precedenza. Dopo il decreto Minniti, l’uso del potere di ordinanza, da parte dei sindaci, a partire dall’ordinanza del sindaco di Firenze, Nardella, è ripreso in termini considerevoli e deve essere senza dubbio incoraggiato come primo intervento di governo del territorio, in attesa dell’intervento legislativo specifico di un Parlamento, purtroppo negligente.

SANZIONE - Con l’intervento legislativo ipotizzato dalla CISL, in maniera ancora più sicura rispetto alle previsioni del decreto Minniti, anche lo sfruttamento della nuova prostituzione di strada dovrebbe trovare adeguata sanzione da parte del nostro ordinamento giuridico, allo stesso modo di ciò che è avvenuto per il nuovo caporalato, per la tratta dei minori e per il commercio degli organi da destinare ai trapianti. Mistificando completamente le nuove e profonde cause di questa esplosione del singolare fenomeno, la Lega nord ha proposto varie volte la raccolta di firme per un referendum abrogativo della legge 20 febbraio 1958, n.75 (la famosa “legge Merlin”), al fine di consentire, nei fatti, la riapertura delle c.d. “case chiuse”, abolite sette mesi dopo l’approvazione di quel glorioso testo legislativo. In tal modo, si ignora un dato importante: la legge voluta da Lina Merlin - ma anche dal Governo italiano del tempo – ha attuato una Convenzione del Consiglio ONU del 1949 sul meretricio, che lo Stato italiano, a differenza di altri Stati, ha definitivamente ratificato nel 1980, rendendo impossibile un ritorno al passato, pure se è auspicabile una riforma della benemerita legge. La chiusura dei postriboli di Stato produsse in Italia anche la proibizione di ogni attività, volta a trarre profitto dall’esercizio altrui della prostituzione, ed il divieto di ogni discriminazione delle donne e dei loro familiari, attraverso le famose schedature, alle quali le prostitute erano sottoposte, unitamente ai tesserini di identità, di cui si dovevano munire; obbligo, che verrebbe ripristinato, sia pure per prostitute c.d. “ libere professioniste”.

Il problema è però oggi molto più complesso di quello che i fautori del referendum abrogativo si rappresentano a soli fini propagandistici. Oltre a vanificare i frutti di quella battaglia di civiltà, la riapertura delle “case chiuse”, con prostitute munite di partita IVA e “libere” di svolgere la loro professione, produrrebbe nuovi e più deleteri effetti, legati ai profondi mutamenti della nostra società postmoderna, in cui opererebbe l’auspicata restaurazione. L’uso strumentale del problema della prostituzione mette nell’ombra che il mercato globale conosce su larga scala la tratta degli esseri umani e che proprio tale nuovo fenomeno ha dato alla nuova prostituzione di strada quella visibilità di massa, ormai così evidente nelle nostre città e lungo le nostre strade.

Se passasse la linea, promossa dal più volte proposto referendum abrogativo della legge Merlin, le nuove “case chiuse” consegnerebbero le schiave postmoderne, che oggi vediamo sui bordi delle nostre strade, nelle mani dei nuovi mercanti di esseri umani, con nigeriane, rumene o cinesi, incarcerate nei sottoscala di qualche edificio fatiscente, ricattate e stuprate dai loro aguzzini. La prostituzione oggi, almeno quella che i tanti benpensanti vogliono nascondere sotto il tappeto, è, prima di tutto, schiavitù; in quanto tale, non va disciplinata come attività, lecita per sua natura, ma repressa, colpendo le filiere criminali e garantendo assistenza e sostegno alle vittime.

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Commenti all'articolo

  • FSLep

    06 Ottobre 2017 - 17:05

    Nella maggior parte dei casi le prostitute non sono le schiave che si vuole far credere, ma persone che hanno scelto questa attività perchè molto lucrativa. Quando tornano nei loro paesi, piene di soldi, amiche e parenti chiedono di loro di portarle in Italia a fare il mestiere. Invece di sciocchi divieti e sanzioni, sarebbe il caso di regolamentare la prostituzione; tanti soldi per lo Stato!

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