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Lunedì 18 Dicembre 2017 | 02:29

Omaggio alla Catalogna?
Solo se l’Europa
prendesse quota

Catalogna chiede indipendenza

La Catalogna non è solo una patata bollente spagnola. È anche o soprattutto un problema scottante europeo. Stanno aumentando le regioni che vogliono emanciparsi dagli Stati nazionali senza però recidere alcun legame con l’Unione Europea. Anzi, i neo-indipendentisti vogliono by-passare il potere centrale per collegarsi direttamente con gli organismi di Bruxelles. L’Europa non sa cosa fare. Da un lato non può ignorare o mollare gli Stati nazionali, le cui leggi non consentono forme più o meno esplicite di secessione. Da un altro lato, l’Unione non può sottovalutare le richieste autonomistiche, ma non anti-europee, che arrivano dai luoghi più disparati. Pena il rischio di improvvise guerre civili.

Forse è davvero arrivato il momento opportuno per ripensare l’Europa. È passata sotto silenzio nei giorni scorsi l’esternazione del presidente francese, Emanuel Macron, a sostegno dell’esercito comune europeo. Una frase che, solo pochi anni addietro, avrebbe provocato più incredulità di una fuga d’amore tra Silvio Berlusconi e Rosy Bindi. Com’è noto, furono i francesi, agli albori degli anni Cinquanta, a sabotare l’idea degasperiana di esercito comune europeo. Lo fecero in nome della grandeur simil-napoleonica, che pochi anni dopo trovò nel generale Charles De Gaulle (1890-1970) il simbolo per antonomasia.
Alcide De Gasperi (1881-1954) e il suo collega tedesco Konrad Adenauer (1876-1967) non erano due guerrafondai. Anzi. Sapevano, però, che un’Europa fondata solo sugli scambi commerciali non avrebbe trovato la strada in discesa verso l’unità politica, perché difficilmente i governi nazionali avrebbero ceduto porzioni di sovranità. L’unico strumento, il grimaldello più efficace per scardinare gli infissi del nazionalismo era l’esercito comune, la condivisione della politica di difesa. Ma per molti leader, non solo francesi, una prospettiva del genere era e, forse, rimane più blasfema di una bestemmia davanti all’altare.
Adesso proprio un francese, il giovane Macron, propone l’inverosimile, ossia la difesa comune continentale. Un progetto che, se passasse, accelererebbe, alla velocità di un Vettel, il processo di unità politica europea: con la conseguente erosione dei poteri dei singoli Stati nazionali.
Ma i colleghi europei di Macron vogliono mettere mano al portafogli per finanziare il sistema di difesa comune? Non si hanno molte notizie, tanto meno rassicurazioni, in tal senso. Il che la dice lunga sia sulla condizione economica di ogni singolo partner dell’Unione sia sulla volontà dei soci europei di cedere fette di sovranità.

Eppure le tentazioni scissionistiche modello Catalogna si possono smontare solo rafforzando il peso dell’Europa, la cui unità politica renderebbe vani tutti i conati di rottura territoriale. Ma fino a quando gli Stati nazionali continueranno a conservare gelosamente le proprie potestà, periodicamente si rincorreranno i propositi e gli spropositi indipendentistici, specie nelle aree ricche come la Catalogna. Lombardia e Veneto per ora escludono qualunque ipotesi di divorzio da Roma. Ma non è detto che questa promessa sia destinata a restare valida nel tempo. È sufficiente un nonnulla per annunciare lo strappo dal centro, sulla falsariga del modello catalano.
Del resto. Che l’esempio della Catalogna sia proiettato ad essere imitato altrove, lo si deduce da questa riflessione. Più gli Stati centrali chiedono soldi ai cittadini in nome di interventi solidaristici, più le relative zone sviluppate pretendono autonomia ed esclusività nella gestione delle entrate fiscali. Più gli Stati - almeno nelle intenzioni dichiarate - sono altruisti, più le regioni ad alta redditività fanno le egoiste. Nessuna vuole fare regali, nessuno è disposto a dare qualcosa a beneficio delle aree più sfortunate.

Paradossalmente solo l’Europa unita potrebbe evitare la frantumazione dei singoli Stati, solo l’Europa unita potrebbe scongiurare il ritorno dei conflitti campanilistici che, inevitabilmente, esploderebbero tra le regioni smaniose di autonomia o fresche di autogoverno. Quante controversie bilaterali scoppierebbero se le regioni fossero lasciate a se stesse, senza una guida nazionale e, soprattutto, senza una superguida europea? Pensiamo alla questione dell’acqua, che già adesso è più preziosa del petrolio. Che succederebbe se, localmente, dovesse acuirsi una lite sull’utilizzo e sulla distribuzione di questo bene primario?
Se gli Stati nazionali non sono in grado di frenare le pretese egoistiche ed indipendentistiche dei territori con il Pil più alto, non rimane che affidarsi all’Europa che, pur non essendo il massimo dell’efficienza, rimane pur sempre l’unica Europa che abbiamo, l’unica soluzione in grado di curare la debolezza istituzionale dei singoli Stati; di porre rimedio alla disomogeneità dei livelli amministrativi; e di risolvere sul nascere le controversie bilaterali tra le Regioni e gli altri poteri.
Se la rivolta di Barcellona servisse a questo, cioè a rimettere in agenda il progetto di unità politico-militare del Vecchio Continente, quasi quasi meriterebbe di essere benedetta. In caso contrario no. Nessun omaggio alla Catalogna.

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