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Martedì 24 Ottobre 2017 | 02:33

La partita in mare aperto del delfino di Grillo

Michele Cozzi

Luigi, detto «Luiggino», Di Maio si appresta ad essere incoronato candidato-premier del M5s. Perché salvo sorprese che sarebbero pari all’arrivo dei marziani, Di Maio vincerà la partita. Ad oggi non ha avversari.
In queste ore, il duo Grillo-Casaleggio è impegnato a trovare dei credibili «duellanti» da opporre a Di Maio.
Perché una competizione con un solo candidato forte assomiglierebbe più alle democrazie bulgare dell‘«era geologica» del comunismo che al paradiso dei web, in cui, secondo la narrazione a 5S «uno vale uno». Questa la «fabula». Poi c’è il duo Grillo-Casaleggio che ha poteri assoluti come nella «fattoria degli animali» di Orwell.
Contro Di Maio potrebbe gareggiare Di Battista. Che ha un suo peso specifico nel Movimento. Certo, ha stretto un ferreo rapporto con Di Maio ed è difficile che si metta di traverso.

Di Maio e D Battista non potrebbero essere più diversi. Il primo è precisino, ogni tanto sbaglia qualche congiuntivo o incasella Pinochet in Venezuela. Ma è meglio non sottilizzare più di tanto. Si muove da premier, va in giro per le Cancellerie per farsi conoscere. E nelle università americane per spiegare l’ideologia del M5S. Sembra un sopravvissuto della Prima Repubblica. Un doroteo, un vetero democristiano se non un berlusconino inconsapevole.
Di Battista è più ruspante. Più vicino all’anima movimentista dei grillini. Scorazza per il Paese in moto. Ha un profilo più dirompente. Ancor più di quello di Fico, che rappresenta l’altra anima del M5S. Quella più intransigente, dei puri, degli illuminati. Che non intende scendere a compromessi con la «cattività» della politica.
Uno scontro a viso aperto tra Di Maio, Di Battista e Fico aprirebbe lacerazioni profonde nel Movimento e nel popolo del web. Già turbato dalle ultime decisioni. A partire dalla novità di individuare nel candidato-premier il capo del Movimento. Un cambiamento non di poco conto perché comporta due aspetti tutt’altro che irrilevanti.
La fine della figura del capo come garante. Quindi, al di fuori e al di sopra dei diversi clan presenti nel Movimento; nonché il passo indietro, o di lato di Beppe Grillo.
L’ala movimentista teme che la prospettiva di tutto il potere in un solo uomo (che fine ha fatto la retorica contro l’uomo solo al comando?) possa rafforzare troppo Di Maio, che diventerebbe l’unico Dominus del Movimento. Non proprio una prospettiva da «democrazia 2.0».
Eppoi, l’addio di Grillo. L’ex comico negli ultimi anni ha più volte prospettato tale scenario. «Mi faccio da parte, anzi di lato», ha ripetuto spesso. Ma niente più che parole. Il ruolo «assoluto» di Grillo non è mai stato in discussione. Ancor più dopo la scomparsa di Gianroberto Casaleggio.

Grillo negli ultimi mesi più volte è sceso a Roma per metter pace ai conflitti interni tra i dirigenti del Movimento. Difficile prevedere chi possa assumere quel ruolo per impedire che il Movimento possa implodere .
Così come non sono mancate le perplessità sui candidati indagati per possono iscriversi alle primarie. In passato lo stesso Di Maio aveva assunto una posizione molto più restrittiva: «Chi è indagato è fuori». Ora passa un’altra linea che rimette anche questo principio in discussione.
Cambiamenti, quindi, non di poco conto nel Movimento a pochi mesi dalla consultazione elettorale che potrebbe mandarli al governo del Paese.
I sondaggi dicono che il M5S gode di un’ottima salute. Ma che deve fare i conti con un centrodestra «ritrovato» (e con il rischio che una parte dei voti dei moderati tornino all’asse Berlusconi-Salvini) e un Pd che. nonostante una evidente involuzione, appare ancora competitivo.
L’auspicio è che il M5S, oltre la scelta del candidato, poi proponga al Paese un programma di governo responsabile e non avventuristico. Nonché una classe dirigente all’altezza. Perché finora, il meno che si possa dire è che la sfortuna si stia accanendo contro i sindaci grillini. Una sorta di maledizione: dal caos a Torino la notte della finale della Champions, agli allagamenti a Torino e a Roma.
Solo la malasorte? Oppure anche inesperienza e incapacità?

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