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Giovedì 23 Novembre 2017 | 12:01

Effetto Gentiloni, il potere della (quasi) politica

Giuseppe De Tomaso

di GIUSEPPE DE TOMASO

Nulla è più eccitante del Potere. Ma nulla è più deprimente del Potere. Il prezzo da pagare per scalare le vette del comando non ammette sconti: la solitudine. Una condizione raccontata da Gabriel Garcia Màrquez (1927-2014) nel romanzo L’autunno del Patriarca, incentrato proprio sull’isolamento di chi arriva fino alla vetta.
Si è soli quando si sale, ma si è soli anche quando si scende dall’Olimpo di una comunità. Quando si sale si è soli perché ogni decisione, ogni scelta costa dolore, provoca più inimicizie che amicizie, più sospetti che benevolenze. Quando si scende si è soli perché nulla è più seducente del Potere, che moltiplica postulanti e ammiratori, tutti pronti però a voltare faccia e direzione al primo infortunio del divo venerato.

Non sappiamo se Matteo Renzi si senta più solo ora, con un Potere dimezzato; o si sentisse più solo prima, con un Potere raddoppiato. Sappiamo solo che l’attuale segretario del Pd ha dovuto, per così dire, cambiare linea comunicativa, passando dall’Io al Noi ed evitando accuratamente ogni sussulto suscettibile di generare malintesi soprattutto su e con Palazzo Chigi.
Se, nei mesi del governo Letta, l’ex sindaco di Firenze non perdeva mai l’occasione di pungere l’allora presidente del Consiglio, fino alla celebre rassicurazione (con il benservito incorporato) Enrico-stai-sereno, oggi l’ex premier non perde occasione per elogiare il lavoro del suo successore Paolo Gentiloni, che, a differenza di Enrico Letta, sereno può stare sul serio. Anche perché sono in tanti, nel centrosinistra, a tifare per il suo bis al governo in caso di vittoria alle politiche 2018.
Renzi e Gentiloni. Il primo, centravanti alla Batistuta, il secondo mediano alla Oriali. Il primo sempre sotto il fuoco delle difese avversarie. Il secondo, a centrocampo, sempre pronto a imbastire la manovra con brevi passaggi, cercando di non regalare palloni alla squadra rivale.

In effetti, la politica, in Italia, richiama la tattica pallonara. Il grande Gianni Brera (1919-1992) non si stancava mai di sottolineare che la Nazionale azzurra, come tutti i club della Penisola, è una squadra femmina, e come tale non può ambire a sfidare i competitori sul loro stesso terreno (forza fisica e gioco d’attacco), pena l’autocondanna alla sconfitta.
La politica italiana si addice di più all’uomo micio che all’uomo macho. È sufficiente scorrere l’elenco di tutti i capi di governo che hanno diretto il Paese dall’Unità (1861), per verificare come le figure energiche, ma divisive, abbiano rappresentato, e non ci riferiamo solo al Ventennio mussoliniano, l’eccezione, non la norma. Il che può aver costituito un limite, perché ha impedito il varo di provvedimenti incisivi per dare vita alle svolte del Paese. Ma può aver costituito, anche, un vantaggio, perché ha bloccato sul nascere l’approvazione di leggi e decreti che avrebbero potuto peggiorare lo stato dell’arte.
Del resto, lo si diceva anche della Democrazia Cristiana, bollata dai suoi nemici come Partito-Stato o Partito-Regime. Quando lo scudocrociato era al governo, la maggioranza degli analisti scriveva che senza di lei lo Stivale avrebbe fatto più strada. Ora che la Dc è solo un ricordo, molti tra quegli stessi analisti riconoscono che grazie alla Dc l’Italia ha raggiunto la quinta posizione tra i Paesi più industrializzati del mondo. Insomma, non è scritto da nessuna parte che l’Uomo Forte sia un regalo della Provvidenza. Anzi, la sola volta in cui un capo di governo italico è stato insignito di cotanto titolo, si è visto come è andata, sciaguratamente, a finire.

Non è solo la Costituzione a precludere l’avvento dell’uomo solo al comando (compresa la solitudine esistenziale che accompagna ogni diretto malcapitato). È il modo di pensare e agire degli italiani a generare e auspicare leadership soft e concilianti. Lo confermano i sondaggi. Che, per un politico, risultano più appaganti di un Oscar alla carriera. Da quando si è insediato a Palazzo Chigi, Gentiloni non ha mai concesso un’intervista a un quotidiano. Anche le sue apparizioni in tv sono limitate all’essenziale: vertici con i colleghi stranieri, discorsi alle camere, interventi istituzionali. Nessuna ansia da prestazione televisiva. Nessun intasamento catodico con dichiarazioni e ospitate ad hoc. Nessun sentimento di invidia nei confronti dei politici di casa sullo schermo. Anzi: un dissimulato compiacimento per le virtù e i benefìci del Fattore Silenzio. Che non fa danni e non tradisce mai.
Sulla carta il modello mediatico di Gentiloni sembrerebbe più anacronistico di un vecchio calesse nel cuore di Manhattan. Ma la strategia del silenzio si è rivelata e si sta rivelando, per lui, più felice e generosa di una vincita al casinò di Montecarlo. A dimostrazione che guru e spin doctor della comunicazione spesso provocano più sconfitte di un generale a digiuno di strategia militare.

Il potere è solitudine, scriveva lo scrittore colombian-messicano insignito, 35 anni addietro, del Nobel per la letteratura. Ma c’è solitudine e solitudine. C’è chi riesce a convivere con l’inafferrabilità del Potere e chi, invece, ne fa una malattia. C’è chi riesce a rassegnarsi alla caducità, alla precarietà del Timone e chi, invece, si ribella come un ammutinato.
Fatto è che Renzi si sta, sia pure parzialmente, gentilonizzando mentre Gentiloni non ha mai pensato di renzizzarsi. A conferma che, specie in Italia, il segreto per governare senza choc giornalieri è quello di affrontare i problemi uno alla volta, di abbassare sempre la voce, di evitare scossoni con tutti, soprattutto con gli alleati.
La logica proporzionale, riesumata nei nuovi sistemi elettorali, assesterà il definitivo colpo di grazia alla concezione decisionistica che, periodicamente, fa capolino tra i palazzi romani.
Del resto. Se l’Italia è ingovernabile perché il suo ginepraio legislativo, amministrativo e procedurale la rende tale, non si capisce come l’Uomo Solo potrebbe sbrogliare la matassa.
Prepariamoci a vivere a lungo in un Paese sempre più gentilonizzato, a prescindere dalla carta d’identità del responsabile dell’esecutivo. L’unica situazione che consentirebbe all’inquilino di Palazzo Chigi di ritrovarsi un po’ meno solo nelle affollate stanze del Potere.
Dalla solitudine del Potere al potere della (quasi) Solitudine.

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