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Venerdì 22 Settembre 2017 | 17:28

Ma il cellulare
non chiede scusa

Ma il cellularenon chiede scusa

Sala di attesa di un medico di famiglia. Su cinque persone sedute, quattro sono di testa sul cellulare. La quinta sfoglia distrattamente (diciamo vede le foto) una rivista di un mese prima, uno di quei residuati che contribuiscono a rendere le attese della visita una depressione nell’incapacità dei medici di avere psicologia. Neanche i medici di famiglia, quelli che dovrebbero essere di famiglia come dice il nome stesso. E trasmettere serenità, chessò, con un fiore. Un tempo, se non si scambiavano la chiacchiera, i pazienti in attesa almeno si guardavano intorno. Insomma comunicavano con la vista, con l’udito, qualcuno con l’olfatto. Ora sensi azzerati e confiscati da quell’aggeggio. Con artrosi cervicali da tecnologia che li sbatterà dritto da un fisiatra, cioè altra sala d’attesa.

USO COMPULSIVO - Dice: perlomeno si informano. Sul cellulare consulteranno una rassegna stampa, navigheranno per capire qualcosa in più dello ius soli, che non è minacciare solitudine. O al massimo cercheranno di capire perché Bonucci finito al Milan è diventato un bidone. Insomma un modo diverso di leggere, una diversamente lettura nel Paese fra gli ultimi al mondo in questa rogna. Invece sono su Facebook, che una fonte di informazione comunque lo è, sul menu dell’ultima cena di Anna Fracchiolla, o sul cagnetto che si è comprato Vitino Sciancalepore, o sulle vacanze al mare degli Spezzacatene. Ma non è solo stile da sala d’attesa. Ragazzi escono per stare insieme e al tavolino del bar dialogano ciascuno col proprio telefonino. Titolo della scena: Conversazione.
Ora non è che vuoi fare il reazionario, come passa sempre chi invita a non credere che la modernità sia dio. E non è che in questo caso il cellulare sia un esempio di educazione, almeno al disopra di quella di un Salvini. Anche perché stai a cena, stai in riunione di lavoro, stai tenendo una lezione e se squilla lui s’interrompe tutto perché ha la precedenza, e neanche dicendo «scusate». E se non rispondi, se resisti, comunque è finita. Perché da allora in poi l’attenzione si dissolve come l’Italia sotto la prima pioggia. E stai solo a pensare chi poteva essere, cosa mi avrà voluto dire, anche se era un deficiente che gli voleva solo dire che il Bari chissà come lo vede pure quest’anno.
Ma lanci la prima pietra chi è in grado di resistere, magari un po’ più di un Renzi davanti a una telecamera. O chi riesce a concentrarsi più su ciò che sta facendo che su quell’affare che squilla, specie se è uno che ha difficoltà a camminare e a masticare contemporaneamente una gomma. Figuriamoci ora che è uscito l’iPhone 8, aggeggino da oltre mille euro, annunciato come quello che sfonda la soglia psicologica. Che non è solo la soglia di un prezzo che dovrebbe scoraggiare almeno chi non arriva all’ultima settimana del mese (anche se ci potrebbero essere mutui allo scopo). Ma è la soglia di fronte alla quale saremmo davvero capaci di resistere, appunto, a tutto tranne che alla tentazione. Arrivando a un lusso di massa (e forse anche a debiti di massa).

COME - Però lo sappiamo com’è, mica ci vogliono le neuroscienze. Il consumo è emozione più che soldi in tasca. Compriamo non solo ciò che ci fa sognare. Ma anche ciò che comprano gli altri, mica posso essere da meno del Lacalendola del terzo piano che non paga il condominio ma il coso ce l’ha già. E poi, non mi regalo mai niente. Né del resto chi se la compra si comprerebbe mai una Ferrari, anzi un Ferrari, se non fosse per questo. Perché arrivare a 100 all’ora in 3 secondi non lo faresti mai se no te la sequestrano il primo giorno. Vai col culo per terra e a ogni accelerata hai lo stomaco in bocca. Non ti puoi far vedere se no dicono che sei uno spacciatore di droga. Eppure te la prendi perché, vuoi mettere, hai , anzi il Ferrari.
Così siamo come quelli che sanno che il gorgonzola fa venire il colesterolo, ma il dottore ha detto che bisogna mangiare tutto. Forse distinguendo fra cento grammi e mezzo chilo. Ora pare che decidano di consentire lo smartphone anche a scuola. Come strumento di formazione, dicono, e chissà come devono essere stati sformati i ragazzi finora. E dopo che i titoli dei giornali sono da tempo un bollettino di guerra non contro il cellulare, ma contro l’uso compulsivo da sala d’attesa del medico: "Le app uccidono l’intelligenza"; "Più tristi, soli e impreparati: la condanna dei nativi digitali"; "Google e Facebook ci trivellano l’anima"; "Quel mondo tascabile che era nostro amico e ora è diventato padrone"; "Prosciugano il cervello: lo smartphone ai ragazzi divide gli accademici"; "Adolescenti depressi e solitari: è la gioventù bruciata della generazione iPhone"; "Lo smartphone ci isola".
Eppure prova a non regalare l’ultimo modello di cellulare per il compleanno di tua figlia, e vedi se non parte una chiamata a Telefono Azzurro per abuso di mezzi educativi.

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